2. Decreto legge “Salvaretequattro”

Camera dei Deputati, 18 febbraio 2004

Signor Presidente, oggi emerge, forse in modo più netto di quanto si sia verificato in questi tre anni, una divaricazione gigantesca tra l’agenda degli italiani e quella del Governo.
L’Italia vive una fase di stagnazione economica lunga quanto non si registrava da molti anni, da decenni. La capacità competitiva del paese precipita, secondo il giudizio degli analisti; non è una nostra malevola illazione la notizia del progressivo declassamento dell’Italia nella valutazione degli organismi internazionali di monitoraggio dell’economia mondiale. Il sistema industriale vive un declino desolante; non è una nostra invenzione. Basterebbe considerare il complesso delle notizie “angosciate” che arrivano da tutte le nostre regioni; penso alle più deboli, ad un Mezzogiorno abbandonato dalle politiche di sostegno, ignorato dalle leggi finanziarie. Ma mi riferisco anche a quelle regioni che fino a qualche anno fa, fino a ieri, reggevano la competizione nel mondo, la concorrenza ed erano segnalate come un modello originale, quasi un nuovo miracolo italiano. Esistono sicuramente cause complesse; non vi è dubbio. Nessuno vuole semplificare; nessuno vuole pensare che la situazione sia una conseguenza esclusiva del malgoverno di questa coalizione guidata dall’onorevole Berlusconi. Si tratta, piuttosto, di dati veri che sollecitano atti di governo; il potere di acquisto delle famiglie viene eroso da una inflazione superiore del 25 per cento rispetto alla media dell’Unione europea (tre volte, quasi, l’inflazione della Germania).
Il Governo invoca a giorni alterni la responsabilità dell’euro o delle massaie distratte, ma l’impoverimento delle famiglie, delle fasce più deboli e dei ceti medi è un dato reale: servono atti di Governo, non fughe colpevoli dalle proprie responsabilità!
I consumi segnano una tendenza negativa come non si vedeva da 20 anni e questo innesca una inarrestabile spirale di crisi in tutto il nostro sistema. Se i commercianti, gli artigiani e gli industriali lamentano un vuoto di governo, possiamo pensare che ci sia un qualche interesse partigiano e speculativo, ma non sostenere che essi non segnalino un malessere vero. Se la finanza pubblica segna rosso, non è un caso perché il debito pubblico ha ripreso a salire come non si verificava da tanti anni; il calo vertiginoso dell’avanzo primario diventa una spia impietosa del fallimento del Governo e del ministro Tremonti e il gettito vive ormai solo di condoni.
Si lamentano tutti: il mondo della scuola – che scende in piazza, dagli insegnanti medi a quelli delle università -, il mondo della ricerca, tutti i medici e tutti gli operatori della giustizia. La coesione sociale viene ogni giorno messa in tensione e il blocco sociale, che solo due anni fa aveva creduto alle promesse dell'”uomo solo al comando” ed aveva preso sul serio il contratto di Porta a porta, si va sciogliendo in un coro di delusione e dissenso. A fronte di questo scenario, che è l’agenda vera del paese, l’Esecutivo detta un’agenda di priorità che interpreta fedelmente la declinazione privatistica della funzione di Governo. Gli interessi generali non hanno rappresentanza nel Governo del paese, dominato e orientato dagli interessi del Presidente-padrone, conduttore assoluto del suo partito e della sua maggioranza, come è emerso con chiarezza dalla lunga e inutile verifica conclusa in questi giorni, che, a ragione, l’onorevole Berlusconi chiama conferma e non verifica.
Il Governo ha una sola bussola, la stessa che ha generato le note leggi in materia di giustizia, dalle rogatorie internazionali al falso in bilancio, dalla Cirami al lodo Schifani. Con lo stesso spirito, oggi l’onorevole Berlusconi, nel quadro delle politiche di sostegno alle imprese, fa un regalo alla sua impresa e, nel quadro delle politiche volte a far crescere la ricchezza degli italiani, fa un omaggio di 160 milioni di euro al cittadino Berlusconi. Questi dati non fanno altro che segnalare una questione di fondo che riguarda i caratteri della nostra democrazia, cioè il problema della separazione dei poteri e degli istituti di garanzia, dalla Corte costituzionale alle Autorità indipendenti che dovrebbero regolare i mercati, alle stesse prerogative del Capo dello Stato. Signor Presidente, viviamo una stagione straordinaria: sono messi in discussione alcuni pilastri del nostro ordinamento, sono messe in discussione e negate alcune delle principali convenzioni che hanno presieduto per sessant’anni la vita democratica del nostro paese. Il problema è in questa condizione, in questa deriva, che una esasperata interpretazione
del maggioritario e una lettura personale e padronale della sovranità popolare alimenta in modo maniacale.
Il richiamo del mandato popolare, esibito ed invocato dal Presidente del Consiglio come uno scudo assolutorio, consuma ogni giorno pezzi consistenti della nostra democrazia, come se i principi della costituzione dello Stato di diritto, della divisione e della separazione dei poteri, che sono il fondamento della nostra Repubblica, potessero essere subordinati o sostituiti dall’inarrestabile invocazione plebiscitaria di un nuovo ordinamento materiale. È la cultura un po’ autoritaria e un po’ peronista che ispira la difesa del monopolio televisivo privato con leggi e decreti a colpi di fiducia, trasformando il conflitto di interessi in un conflitto con l’insieme delle istituzioni in cui si esprime la stessa sovranità popolare. È la cultura un po’ autoritaria e un po’ peronista che mette in gioco i valori, le regole, le procedure della competizione democratica e che altera senza pudore le regole del gioco. È l’atteggiamento di malcelato disprezzo per quello che viene rappresentato come un rito sterile – la coalizione, le opinioni diverse, le lungaggini parlamentari, la richiesta di collegialità sono il teatrino della politica -, un disprezzo malcelato per i suoi alleati, sopportati come un fastidioso ingombro del disegno ispirato di chi vorrebbe gestire il Governo della Repubblica come la propria azienda e, in realtà, qualche volta i confini non sono chiari.
L’onorevole Berlusconi non riconosce il conflitto di interessi perché considera la cosa pubblica come una cosa privata e gli interessi privati come un bene pubblico da favorire con leggi e decreti. Il possesso monopolista dei “rubinetti” che governano l’informazione di massa e l’accesso privilegiato e spesso esclusivo ai balconi di questa moderna piazza mediatica in cui si formano gli orientamenti elettorali alterano i meccanismi più delicati della democrazia liberale.
Io non penso, Presidente, che questa maggioranza sia tutto il male e che l’opposizione sia tutto il bene; io non penso che nella maggioranza le nostre preoccupazioni siano del tutto inascoltate, che non esista un’inquietudine vera tra quanti hanno una solida coscienza democratica. In fondo, il voto segreto ha più volte segnalato un malessere che non può essere archiviato come un fatto marginale o, peggio, dettato da insoddisfazione di potere.
Ai colleghi della maggioranza che hanno una sincera cultura democratica, vorrei dire sommessamente – consapevole degli obblighi di lealtà della coalizione e dei limiti che l’esperienza di Governo impone – che esistono limiti insuperabili che attengono ai fondamentali del nostro impegno nelle istituzioni e che interrogano in modo severo la nostra coscienza.
Per queste regioni, Presidente, voteremo contro questo provvedimento, ma nelle prossime settimane rivolgeremo un invito ancora più insistente perché emergano con forza le contraddizioni che, ormai, sono palesemente presenti nella maggioranza di Governo giornata nera ha impedito un esito positivo.

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