Vertenza Sardegna

Discorso in Consiglio regionale 09/03/1993

 

Signor Presidente, io credo che il senso principale di questa nostra riunione, insieme a tutte le cose che si sono dette, sia quello di cercare di comprendere, di essere, noi prima di tutti consapevoli di quanto sia diversa questa nostra condizione rispetto a tante altre che hanno sollecitato la discussione in Consiglio regionale, ordini del giorno, mozioni, dibattiti ricchi di passione civile e qualche volta anche produttivi di risultati politici.
Certo, la crisi è acutissima, tutti lo hanno detto stasera, ma tutti ne eravamo da tempo consapevoli: forse la crisi più grave degli ultimi dieci anni. Le condizioni strutturali della nostra economia sono deboli, così come deboli erano dieci anni fa, e il fatto che siano ancora deboli aggiunge forza alla valutazione che noi diamo.
Così come questo rischio, che abbiamo tutti avvertito da diverse settimane, di una imminente frana dell’apparato produttivo nei settori della chimica, nei settori minerario e metallurgico e in quello della carta.
Devo dire che però anche questo senso di precarietà del nostro sistema produttivo non è un fatto che ci capita oggi: forse oggi assume dimensioni più larghe, però in fondo è un dato costante quasi una costante dello sviluppo regionale.
E le condizioni ambientali, il quadro delle infrastrutture, dei servizi che pure sono migliorati rispetto agli anni ottanta, rispetto agli anni più deboli, ai primi anni della nostra autonomia regionale conservano un differenziale largamente negativo rispetto alle Regioni più forti del Paese.
E il flusso degli investimenti in Sardegna in questi ultimi anni, in questi mesi in modo particolare, ha subito una frenata, un arretramento maggiore di quello già importante che si verifica generalmente nel Paese in una condizione di grave recessione.
Però io credo che non stia solo qui, soprattutto qui, il diverso di fronte al quale oggi noi ci troviamo.
Ci sono due versanti che sono dati per valutare le politiche della Regione.
Esiste un versante interno: e dobbiamo dire che tutto quello che noi facciamo in questo momento è insufficiente rispetto alla domanda sociale che viene dalla Sardegna.
Il Consiglio regionale non è stato in questi mesi (questa è, al di là della nostra volontà, la considerazione della gente) all’altezza dei suoi doveri.
La gente percepisce, quelli che stanno in miniera ma anche tutti quelli che, stando nelle loro case senza protestare, avvertono il disagio di chi è disoccupato o di chi ha figli che sono disoccupati o di chi avendo figli che sono disoccupati sta per diventare anch’esso disoccupato: in questa condizione si avverte che il Consiglio regionale non fa’ tutto il suo dovere e noi dobbiamo essere consapevoli di questo.
Avvertono, insieme, che lo stesso governo della Regione non ha ancora dispiegato per intero le potenzialità grandissime contenute nel programma di questa Giunta e nel sostegno largo che ha ricevuto e riceve da questo Consiglio regionale.
Esistono ora, in occasione della manovra di bilancio, delle leggi di accompagnamento, spazi larghi perché si possa operare con forza, in modo che sia percepita dalla gente ma che produca efficacia duratura reale sul corpo sociale della Sardegna, sul sistema produttivo attraverso iniziative di governo e legislative. Noi dobbiamo concorrere in questa direzione, eliminando rapidamente il tasso elevato di litigiosità e di polemica che hanno segnato questi ultimi mesi.
In fondo si misura da questi nostri comportamenti più che da altro il grado di affidabilità della proposta alta e ambiziosa che vorremmo declinare. Saremmo interlocutori ancora più deboli se non facessimo tutta intera la nostra parte. E tuttavia l’orizzonte della crisi è tale che non risiede solo qui, sul versante interno, la prospettiva della Sardegna. Oggi più di sempre la prospettiva della Sardegna risiede fuori, oltre il confine della nostra Isola e qui si trova la ragione davvero straordinaria, diversa, di questa nostra condizione odierna. La qualità del rapporto Regione-Stato non è mai stata così povera di risposte, di disponibilità reali, mai così ricca di decisioni governative e di decisioni parlamentari tanto dannose per l’economia della Sardegna e quindi per la vita dei sardi.
Mai come oggi il palazzo della politica nazionale è apparso così impermeabile per mille ragioni che tutte convergono per disegnare l’eccezionalità del nostro presente.
Si dirà che altre volte è stato così. Ma gli anni ottanta erano gli anni dell’espansione in cui il nostro era un Paese che cresceva, che produceva sempre di più, che distribuiva ricchezze, che aveva un impianto di politica per il Mezzogiorno che disponeva di risorse quante mai ne erano state disposte. Erano gli anni nei quali il sistema di governo era un sistema forte e compatto, capace di assumere decisioni che producevano efficacia. Oggi sono tempi non solo della grande recessione dell’economia: e non dobbiamo dimenticare questo dato, perché è presente e perché è ineludibile nei ragionamenti che tutti noi dobbiamo fare e che impongono doveri alla comunità nazionale, impongono doveri a chi ha responsabilità della politica. Ma sono i tempi del trionfo degli egoismi regionali, sono i tempi del leghismo, è tempo di grande confusione nell’equilibrio fra i poteri dello Stato, è tempo di graduale dissoluzione di qualsivoglia soggetto abilitato a decidere con efficacia delle proprie decisioni. Il quadro ha proporzioni di tale gravità che non può essere ridotto negli schemi di una banale polemica vecchia, consumata tra le maggioranze e le minoranze di governo. E’ un quadro senza precedenti: al di là di ogni possibile crisi di governo che oggi è ancora più probabile, non è prevedibile quale possa essere il corso delle privatizzazioni di cui noi parliamo e il contesto di una possibile programmazione all’interno della quale il processo possa compiersi. Ne’ appare comprensibile quale possa essere il soggetto affidabilmente deputato a garantire il rispetto di qualsivoglia accordo vecchio o nuovo tra Stato e Regione.
La crisi del sistema politico italiano ha finito col proiettarsi implacabilmente sul funzionamento delle istituzioni. Viviamo una stagione straordinaria in cui lo Stato rischia di dissolversi. E’ questo che conferisce alla nostra crisi una caratteristica di straordinarietà rispetto alla quale tutto il passato appare meno rilevante e rispetto al quale si configura in tutta la sua portata la debolezza nostra e dell’autonomia regionale.
Occorrerà certo, perché si superi questa fase, una nuova legittimazione del Parlamento, un ricambio profondo della classe dirigente del Paese, degli uomini e delle regole: ma intanto noi abbiamo il dovere di non disertare dalle responsabilità. Se ancora si avverte il senso della responsabilità che noi abbiamo, che ci hanno conferito, che la gente richiede a torto o a ragione che noi si abbia. Noi, credo, non possiamo arrenderci in questa situazione alla nostra debolezza. A noi compete il dovere di dare un senso alla Regione, di dire che ha senso che esista l’autonomia speciale, di far comprendere ai sardi che è giusto credere ancora nella autonomia regionale: perché se no, se questa Regione rinuncia, diserta, prende atto della sua debolezza infinita, che senso ha che ci sia la Regione?
Ecco, soprattutto noi abbiamo il compito di cercare di risolvere qualche problema, questo la gente si aspetta da noi. Certo, dovremmo amplificare, funzionare da amplificatore della protesta che sale dalla comunità regionale, farci sentire ma cercare di farci sentire presso chi ha qualche possibilità di dare risposte, non farci sentire genericamente, e farci sentire più di tutti dalla grande opinione pubblica nazionale che in questo momento è soggetto politico primario, che sta orientando le scelte della democrazia italiana e che può orientare le scelte dell’ economia italiana. Dobbiamo scommettere ancora sulla politica perché non abbiamo altri strumenti. Il Presidente ha indicato questa sera alcuni obiettivi possibili. Noi crediamo che questa sia una strada nei suoi contenuti percorribile e su questo si è aperto un conflitto. La decisione della Giunta regionale, ai sensi del comma secondo dell’articolo 51 dello Statuto, che è una cosa straordinaria da sola non sarà sufficiente; e l’iniziativa del Presidente del Consiglio regionale da sola anche questa non sarà sufficiente, e l’iniziativa dichiarata dai sindacati regionali dei lavoratori di una giornata generale di mobilitazione e sciopero in Sardegna anche questa da sola non sarà sufficiente e così non sarà sufficiente da sola l’iniziativa dei parlamentari sardi che mai come ora avevano ritrovato uno stato di unità.
Occorre condensare tutte queste iniziative, fare sì che si crei in Sardegna un movimento di straordinaria sinergia, occorre creare una mobilitazione della comunità regionale che si riconosca in un obiettivo e in uno strumento: si è detto che l’ordine del giorno-voto possa essere lo strumento più immediato per comunicare col Parlamento nazionale, ma anche per comunicare con l’opinione pubblica del nostro Paese perché la comunità nazionale possa cogliere nella forza della nostra unità – altro non abbiamo per lottare in questo conflitto – il senso grande della nostra presenza e della nostra protesta. Io credo che questo dovremo fare, per essere coerenti con i nostri doveri.

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