Piume e belletti di una Giunta “alternativa”

Piume e belletti di una Giunta “alternativa”
La Nuova Sardegna, 11/05/1988

 

Il grande successo di partecipazione popolare allo sciopero del 4 Maggio può essere occasione per un rilancio della Autonomia regionale. Se saprà suggerire riflessioni che vadano al di là della contingenza politica, per investire l’esperienza di questa legislatura che volge al termine. Per cogliere le ragioni di una crisi di rappresentanza che non ha precedenti.

In questi anni è stato un susseguirsi frenetico di impegni non mantenuti, di dichiarazioni programmatiche disattese, di protocolli inutilmente siglati con le forze sociali. Sempre in un clima di grande retorica, in una costante divaricazione fra aspirazioni e atti di governo, fra auspici di riforma e operato legislativo, fra fantasia e realtà.
Non una sola riforma né un solo piano è andato al di là delle intenzioni. Il Governo regionale sembra aver scambiato il ruolo dell’Autonomia con la commissione di progetti o studi affidati a società di consulenza e équipe di progettazione.

Così è avvenuto per la Zona Franca, per la riforma della Regione, con il piano delle acque, per quello energetico, per il piano di informatizzazione regionale e per quello telematico, per il misterioso piano dei trasporti o per quello agro-alimentare.
Tutte cose non ancora assurte alla dignità di atti compiuti e neppure di iniziativa politica responsabile: si limitano ad una esuberante produzione cartacea, di autore spesso ignoto o talvolta sospetto, sulla quale deve ancora dichiararsi non solo il Consiglio regionale ma, spesso, la stessa Giunta e la maggioranza. Né migliore fortuna è spettata al tema più impegnativo della riforma dello Statuto, terreno di conflittualità non mediabile all’interno dei partiti di governo.
Ma se questa coalizione non ha prodotto atti straordinari di riforma e di governo, gli atti ordinari, l’ordinario esercizio del tradizionale potere assessoriale non è riuscito a superare le angustie del grigiore e dell’immobilismo. E le poche, personali, eccezioni hanno trovato nella compagine di maggioranza continue, permanenti occasioni di freno e di sostanziale correzione.

Il consuntivo contabile fotografa il peso della inerzia, traduce in cifre l’immagine di una Regione ferma, priva di efficienza, preoccupata di salvare le apparenze.

La storia di questa legislatura è una storia di contenitori vuoti. Un notista politico ha scritto, qualche giorno fa, che si sarebbe consumato in Sardegna un processo di omologazione – il giudizio viene espresso con valenza negativa – per cui nessuna forza politica può più vantare titoli di diversità.
Ma qualora si tolgano a questa compagine – e non si può non toglierli – le piume e i belletti di una qualità alternativa, di una diversità “sistematica” di metodi, di comportamenti, di principi, cosa rimane?

Resta una sommatoria arida e senza anima di partiti protesi a consumare il declino di questa coalizione e di questo governo, senza eccessivi demeriti, salvando la propria particolarità non in positivo, ma in un giudizio di negatività minore.

Sono lontane le tinte di grande svolta del 1984, quando l’on. Melis evocava la categoria del “diverso”, come categoria morale.

Non è per ricerca di polemica strumentale che vanno denunciate le responsabilità del governo regionale. Né può essere ignorata la pessima qualità dei rapporti politici mantenuti dalla maggioranza con l’opposizione per una lunga parte di questa legislatura. Noi avvertiamo con preoccupazione il progressivo declino della politica autonomistica e il distacco della gente dalla istituzione che rappresentiamo.

Vogliamo sottolineare il ritardo e la più generale inadeguatezza di questa maggioranza e di questo governo nella interpretazione compiuta e matura dell’autonomia, la incapacità a cogliere i cambiamenti veloci che si verificano nella società sarda, le modificazioni di assetto territoriale, di aggregazione sociale, di aspettative materiali e non materiali dei sardi, I nuovi bisogni – quelli non strutturati e trasmessi nei canali tradizionali – restano fuori dal Consiglio regionale.

Le leggi, la gestione ordinaria non seguono i ritmi di crescita della società sarda. Tanto meno quella di una società più larga, che pure interferisce sul nostro corpo sociale, sulla nostra economia, sulla nostra cultura. Modificandone i caratteri peculiari. Mentre la Regione non governa queste interferenze, questi impulsi di cambiamento, risultando tutta estranea alle dinamiche in atto, consumata, logorata in una sorta di autoconservazione di piccolo potere, di equilibri, di schemi culturali, di rendite di posizione. Il ritardo nel cogliere il nuovo si traduce nel rinvio delle riforme, finisce col rendere ineluttabile la strada della conservazione, suggerisce le scorciatoie di un presunto decisionismo, miope, clientelare, spesso a rischio familistico.

Si è detto che il modello della nostra Autonomia va aggiornato adeguandolo ai nuovi schemi della politica nazionale e sovrannazionale e al divenire di una economia mondializzata che si muove con passi veloci e procedure snelle: che fonda i suoi rapporti su una sorta di contrattualismo mal codificabile.

Siamo d’accordo: occorre aggiornare i nostri modelli e le nostre politiche. Per avere più poteri su questi processi e insieme per modellarne gli impulsi di cambiamento sul nostro essere specifico. Ma questa partita, che è il domani della nostra Autonomia, si gioca in misura quasi esclusiva sulla forza di iniziativa politica, sulla capacità di rappresentanza di una specialità troppo spesso desueta e misconosciuta al di là del Tirreno.

Qui va ricercata la forza della nostra politica. E la forza deriva dal consenso. E il consenso viene con la partecipazione, con la capacità di portare dentro l’istituzione tutta la complessità dei bisogni, tutta la domanda che esiste, spesso latente, al fondo della coscienza popolare dei sardi. Questo consenso e questa partecipazione, noi abbiamo interesse e siamo impegnati a ritrovarli.

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