Sicurezza e privacy diritti equivalenti

Esce oggi in libreria “Liberi e connessi”, scritto dal presidente dell’Autorità garante dei dati personali. “Rispettiamo la dignità delle persone”
Intervista ad Antonello Soro, Presidente del Garante per la protezione dei dati personali
(di Giampaolo Roidi, Metro, 14 marzo 2016)

 

“Siamo più a rischio di vent’anni fa, quando la legge sulla Privacy fu concepita. Le regole si sono evolute, certo, ma lo scenario circostante è cambiato più in fretta di quanto potessimo immaginare allora. La consapevolezza che oggi la digitalizzazione della vita espone la riservatezza delle relazioni a grandi sollecitazioni è molto meno forte di quanto lo fosse nel 1996 il bisogno di preservare noi stessi, le informazioni che ci riguardavano, la nostra libertà”.

Antonello Soro – medico, già sindaco di Nuoro, a lungo parlamentare, da quattro anni presidente dell’Autorità garante dei dati personali – manderà oggi in libreria per Codice Edizioni “Liberi e connessi”, un libro destinato a fare giurisprudenza in tema di privacy e Internet.

Presidente Soro, davvero la società della condivisione, quella in cui viviamo, è così poco consapevole delle dinamiche che la regolano?

Il livello di conoscenza delle opportunità che il digitale ci offre è molto alto. Meno quello dei rischi a cui ci espone. Non tutti hanno compreso quanto un messaggio su Whatsapp, un acquisto on line, una chat su Facebook sono piccoli atti singoli, che possono apparire come insignificanti tessere di un mosaico, ma che qualcuno ha invece interesse a completare. Per produrre un profilo, per conoscerlo e magari condizionarlo, per utilizzarlo commercialmente.

In gioco c’è la riservatezza delle nostre azioni

Di più. In gioco c’è la nostra libertà. La nostra vita si svolge sempre più nella dimensione digitale e non possiamo rischiare di delegare alle tecnologie il nostro potere di scegliere liberamente, ma rivendicare la nostra identità e non subire quella costruita dai profli che altri hanno disegnato per noi. Lo dobbiamo sapere per utilizzare noi la Rete e non viceversa. Di questo parlo nel mio libro.

Ma la tracciabilità delle nostre azioni aumenta la trasparenza. Questo vale per il singolo cittadino, come per le istituzioni. E questo è un bene, un valore. O no?

Certo che lo è, ci mancherebbe. La vita democratica si basa sulla trasparenza delle singole azioni. Ma quelle tracce devono poter essere tutelate. Il tema di oggi è questo. Il diritto alla riservatezza non è un diritto di rango inferiore a quello all’informazione o alla sicurezza, persino alla dignità dell’individuo. Sono diritti partitari in una società democratica. Trovare un equilibrio non è sempre facile, prenda le cronache giornalistiche delle ultime settimane sul caso Regeni o sull’omicidio Varani.

I media hanno esagerato? Perché?

Beh, nel racconto delle torture o dei dettagli dei due omicidi in questione il confine tra la corretta e informazione e il rispetto della dignità della persona, in questo caso una vittima, non è stato rispettato. Lo ripeto: il diritto di una società ad essere informata e quello di un individuo a veder tutelata la propria sfera più intima (pensi al dolore delle famiglie) sono diritti equivalenti. Non ce ne è uno prevalente o prioritario. Sulle sevizie a Varani oggi sappiamo particolari eccessivi, forse, e questa conoscenza accentua il dolore di famiglie e persone.

Soliti giornalisti superficiali e famelici?

Io credo molto nell’autodisciplina dei giornalisti, nella forza del loro codice deontologico. E dico che questa riflessione sul bilanciamento tra diritti e doveri non deve mai fermarsi. Un giornalista deve rispettare il diritto del pubblico a essere informato, ma anche quello del singolo ad essere tutelato. Soprattutto se è un singolo debole, non personaggio pubblico. Ho assistito a episodi di spettacolarizzazione dell’informazione, a fini commerciali, che non mi sono piaciuti.

Apple contro Fbi sui codici criptati di un Iphone, un caso mondiale. Lei con chi sta?

La criptatura di un telefonino è una garanzia fondamentale per tutti. Ma credo che Apple avrebbe potuto aiutare l’Fbi nelle indagini sul killer di San Bernardino senza intaccare la fiducia degli utenti riguardo alla riservatezza delle loro informazioni personali.

Dunque, la posizione di Tom Cook è stata un’operazione di marketing?

Dico che l’interesse di Apple a consolidare la fiducia del proprio pubblico è prevalso sul buon senso.

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