«FIDUCIA,
REGOLE, UGUAGLIANZA, MERITO, QUALITA'»
Le cinque parole chiave per il PD e per l'Italia
Il discorso integrale della candidatura a segretario
Attorno a noi sta cambiando tutto.
Tutto corre nell'economia, nell'informazione, nelle nostre
vite.
E questa velocità sempre più folle sembra
travolgere le nostre certezze, come se ci togliesse ogni
appiglio, come se ci togliesse fiato, spingendo anche noi
a correre.
A correre senza una meta, a correre perché tutto
si consuma in fretta attorno a noi e quindi bisogna vivere
in fretta. |
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Sembriamo
condannati a vivere nel presente, incapaci di guardare lontano,
nelle nostre vite individuali come nelle scelte collettive e nella
politica.
Incapaci di programmare, di fare oggi una scelta che non darà
frutti domani ma fra qualche anno, per noi o per chi verrà dopo
di noi.
E' come camminare guardando la terra che si calpesta anziché tenendo
lo sguardo sull'orizzonte che si vuole raggiungere.
E' stato il modello di globalizzazione che è apparso trionfalmente
vincente e indistruttibile sino alla crisi di settembre, a trascinarci
in questo incapacità di cercare il futuro.
I miti della crescita inarrestabile, della competizione e del
mercato senza regole, hanno spinto a costruire sulla sabbia, a
volere tutto e subito, perché tutto è sembrato possibile e facile.
In effetti, il mondo emerso dal crollo del Muro di Berlino, il
mondo del terzo millennio, è un mondo che si è messo a correre,
come mai era successo prima.
In meno di un quarto di secolo, il prodotto globale è raddoppiato
due volte. In questo stesso periodo, in Asia, 400 milioni di persone
sono uscite dalla povertà. Tra il 2003 e il 2007, il reddito medio
mondiale è cresciuto ad un ritmo superiore al 3 per cento annuo,
il tasso più alto dell'intera storia umana. La crescita dell'economia
mondiale, sino alla crisi, è stata impetuosa, come mai era stata
prima.
Ma è stata anche il frutto di una contraddizione profonda. E'
stata alimentata da tre grandi, crescenti debiti americani: l'indebitamento
delle famiglie, il deficit commerciale, il debito pubblico, cui
va aggiunto un quarto debito: quello energetico ed ambientale
con i suoi enormi costi, in termini ecologici e climatici. La
crescita costruita scaricando il benessere raggiunto nel presente
sulle prossime generazioni, sul futuro dei nostri figli e dei
nostri nipoti.
Dunque la crisi nella quale l'economia globale è entrata nell'ultimo
anno, al di là dei fattori contingenti che l'hanno provocata,
è la crisi di un modello di capitalismo, miope e profondamente
egoista.
Il modello che, esplodendo, ha consegnato al mondo il gigantesco
problema di riorganizzare il sistema economico mondiale su basi
meno squilibrate, cioè senza accumulare debito, senza penalizzare
chi verrà dopo di noi.
E' stato detto che il populista pensa alle prossime elezioni,
il riformista alle prossime generazioni.
Ecco. La destra italiana pensa sempre e solo alle prossime elezioni.
Noi democratici pensiamo prima di tutto alle prossime generazioni.
Qui si apre lo spazio per un nuovo riformismo.
Un riformismo che abbia il coraggio di sfidare le destre non rincorrendole,
non limitandosi a proporre correttivi ai modelli sociali che ha
imposto, ma mettendo in campo una gerarchia di valori alternativa
e proiettata sul futuro. Questa deve essere la nostra sfida e
la sfida dei riformisti europei.
E far ripartire la crescita su binari nuovi dovrebbe essere anche
il compito di un'Europa che vuole tornare ad essere protagonista
nella ridefinizione del modello di crescita globale.
E invece l'Europa rischia di restare confinata in un ruolo secondario,
non solo perché è politicamente debole ma perchè le manca una
missione collettiva.
E, non a caso, le elezioni europee hanno messo in evidenza, nel
Vecchio Continente, una tendenza politica assai diversa rispetto
a quella che tante speranze ha suscitato nel mondo.
Le due più grandi democrazie del pianeta, di fronte alla crisi
economica, si sono affidate ai riformisti: ai democratici americani
di Obama o ai progressisti indiani di Sonia Gandhi.
In Europa hanno invece vinto i partiti di centrodestra e le elezioni
hanno anche fatto registrare un inquietante rafforzamento delle
formazioni populiste o xenofobe.
Dinanzi alla crisi, insomma, Stati Uniti e India si aprono, l'Europa
si difende e si arrocca. E' la paura che vince. Paura della crisi,
paura dell'immigrazione e delle società multietniche, paura del
futuro che spinge una società che invecchia a cercare chi offre
più conservazione, chi punta tutto sulla protezione individuale,
esaltando e rendendo assoluto il valore della libertà, a scapito
della coesione sociale.
E noi riformisti abbiamo sottovalutato per molto tempo la suggestione
che questa cultura ha esercitato sulle nostre società e la profondità
delle sue radici.
La crisi mette ora in discussione le forme economiche del pensiero
politico della destra, ma ancora non sembra scalfire le premesse
su cui si regge quella cultura. In un tempo che resta segnato
dal conflitto e dominato da insicurezza e paura del futuro, la
destra cerca una sua nuova versione rassicurante e difensiva.
Dalla stagione dell'ultraliberismo, del consumismo individualista,
dell'esaltazione del privato contro ogni idea di pubblico, si
passa al ritorno alla tradizione, all'ordine naturale, all'uso
della religione come strumento di governo e come baluardo della
civiltà occidentale, alla piccola comunità chiusa come antidoto
alla globalizzazione.
Insomma una versione corretta di Dio, patria e famiglia. Il voto
italiano va collocato dentro questo vento di destra che ha attraversato
l'Europa. Berlusconi stesso nel 1994 rappresentava una proposta
di cambiamento. Illusoria, ma era una proposta di cambiamento.
Oggi anche la sua proposta è solo di protezione e conservazione.
Per questo non farà, non potrà fare nessuna riforma vera per tutta
la legislatura ma produrrà solo provvedimenti tampone che trasmettano
il messaggio di stare tranquilli, che dopo la crisi tutto tornerà
come prima.
Ecco il punto per noi, per il Partito Democratico. Vogliamo rincorrere
la destra anche su questo o invece vogliamo dire con forza che
noi crediamo che dalla crisi possa uscire un'Italia migliore,
non quella di prima? Un'Italia che proprio attraversando le difficoltà
riscopre i valori fondanti della solidarietà, delle comunità locali,
dell'essere una nazione. Che recupera il senso di una grande missione
collettiva in cui i talenti di ognuno sono a disposizione non
solo di se stessi ma del proprio Paese.
Il Partito democratico allora come forza che crede nel futuro.
Che crede nelle riforme come chiave per il cambiamento di cui
l'Italia ha bisogno da anni per uscire dalla stagnazione e dall'immobilismo.
Che tutela gli interessi ma solo se rispettano i valori. Perché
rispettare un valore e spesso il modo migliore per difendere un
interesse. Combattere la povertà, contrastare il degrado sociale
non significa, forse, estirpare una delle radici più profonde
dell'insicurezza? Come dicevano i laburisti inglesi all'inizio
del loro ciclo vincente: "Combattere il crimine e le cause del
crimine".
O come ci ricordano le parole di Victor Hugo che stanno incise
nel marmo di uno degli ingressi della Sorbona: "Aprire una scuola
è chiudere una prigione".
Questo è quello che dobbiamo fare: ricostruire una identità del
nostro campo. La destra italiana in questi 15 anni ha avuto stabilità
negli assetti e un leader unificante. Così ha potuto costruire
una identità, percepita da tutti, attorno ad alcuni messaggi chiari:
sicurezza, libertà di fare ogni cosa, meno Stato.
Il nostro campo nello stesso periodo ha avuto instabilità totale
nei leader, nei partiti, che si sono sciolti, ricostituiti, sostituiti,
nei governi fragili. E così non siamo riusciti a trasmettere che
sensazioni indistinte, non messaggi chiari e univoci.
Se voti destra sai cosa voti. Se voti di qua non sai cosa voti.
E questo, più di ogni altra cosa, che spiega la sconfitta dello
scorso anno e i risultati negativi delle amministrative e delle
europee.
Ricostruire una identità. Sarà un lavoro lungo e difficile ma
il risultato delle europee ci mette in condizione di ripartire.
Dobbiamo fare arrivare agli italiani messaggi comprensibili che
facciano capire a tutti non solo la nostra proposta per il problema
del giorno dopo ma quale è il modello di società che abbiamo in
mente, quali è la diversità dei nostri valori di riferimento.
Poche parole chiare, che caratterizzino il partito e che indichino
la via lungo la quale costruire un programma di governo.
Le parole di un riformismo moderno, che usa le radici e la memoria
delle culture politiche del 900 italiano non per tornare nostalgicamente
indietro, o per restare immobile, ma per immergersi in un cammino
nuovo ed emozionante. La prima parola è FIDUCIA. Fiducia è la
risposta alla paura che la destra alimenta e cavalca parlando
di sicurezza. Paura della crisi, paura di perdere il lavoro, dell'immigrato,
della criminalità, della povertà, della solitudine.
Paura per il futuro del mondo e per i nostri figli che dovranno
viverci.
Quella paura che spinge alle ronde, a difendersi da soli, che
spinge a rinchiudersi in casa, impauriti dagli altri che ti vivono
vicini, e da come te li rappresenta la televisione.
Servono allora misure e comportamenti che alimentino la fiducia
personale e collettiva. Quella fiducia che tiene insieme la vita,
le comunità, il mercato.
Tutte le nostre politiche, tutte le nostre proposte concrete devono
essere costruite attorno a questo messaggio positivo. Dalle misure
per proteggere i lavoratori e cittadini dalla crisi, alle riforme
economiche necessarie a dare prospettive a famiglie e imprese.
Fino alle riforme istituzionali che ridiano fiducia ai cittadini
in uno Stato e in una politica che debbono essere basati sulla
trasparenza e sull'efficienza.
Fiducia e coesione vanno sostenute nel mondo del lavoro, evitando
di mettere nella crisi le difficoltà le une contro le altre, secondo
antiche divisioni sociali. Per noi il mondo del lavoro di oggi
è fatto insieme da lavoratori e imprenditori.
E gli imprenditori non hanno smesso, come è stato detto, di essere
nostri nemici per diventare nostri amici se rispettano le regole.
Gli imprenditori sono una parte del mondo del lavoro e una parte
di noi democratici. In campagna elettorale sono stato a Prato,
in una piccola impresa del tessile.
Il proprietario mi ha parlato dei problemi gravi della sua azienda
poi, indicando i suoi dipendenti, mi ha detto: "Io non licenzio
nessuno.
O ci salviamo tutti o chiudo". Questa è l'Italia che sconfiggerà
la crisi. Combattere la precarietà, migliorare le condizioni dei
lavoratori e dare alle imprese protezione dalla crisi e sostegno
per innovare, sono due pezzi della stessa politica, la nostra
politica. Le proposte che abbiamo avanzato in questi mesi per
fronteggiare l'emergenza, dall'assegno di disoccupazione al credito
per le piccole e medie imprese, sono due piccole prove di come
si possa spingere all'unità del mondo del lavoro e non alle divisioni
e alla disgregazione sociale, come se la società fosse divisa
tra le vecchie classi di un tempo finito. Anche per questo è giunto
il tempo di ragionare su forme moderne di partecipazione dei lavoratori
alle scelte delle imprese, come ci indica da decenni la nostra
Costituzione.
Dobbiamo ridare fiducia a milioni di persone impaurite.
Per questo vogliamo cambiare il nostro welfare e renderlo uno
strumento universale che accompagni tutte le persone e le famiglie
nel corso della vita, proteggendole dai rischi della povertà e
dell' emarginazione.
Un welfare che cominci dalla cura e dall'educazione dei bambini,
e che dia un ruolo centrale alla formazione permanente, come leva
fondamentale per valorizzare le capacità personali. E vogliamo
che riguardi non solo i lavoratori subordinati, come nel welfare
storico, ma anche i lavoratori autonomi e gli imprenditori, specie
quelli piccoli che oggi sono privi di difese sociali.
La fiducia và restituita dando risposte alle paure dei cittadini,
alimentate dalla criminalità e dall'immigrazione clandestina.
Le risposte sono credibili se sanno coniugare fermezza nel contrasto
all'illegalità, da chiunque provenga, con politiche di integrazione
sociale e di accoglienza.
Su questi terreni la nostra politica tradizionale è stata perdente,
e va corretta. Perchè ha sottovalutato i problemi e le paure dei
cittadini, non si è messa dalla loro parte, non si è disposta
a capirli. La maggioranza degli italiani, e dei ceti popolari,
se non riceve risposte, perde la fiducia nella buona politica
e accetta le risposte della destra che assimila immigrazione a
crimine, e ora indica l'immigrato anche come quello che ti toglie
un posto di lavoro.
Non si tratta di inseguire le ricette e i proclami repressivi
della destra, inefficaci ma che intanto colpiscono l'immaginazione
e il vissuto delle persone, anche dei nostri militanti.
Bisogna recuperare fiducia dimostrando con i fatti che siamo in
grado di difenderli, facendo rispettare l'ordine pubblico, se
necessario con durezza come hanno fatto alcuni nostri sindaci,
contrastando ogni forma di illegalità per evitare che l'impunità
di pochi comporti la criminalizzazione di tutti. Solo facendo
così potremo spiegare le buone ragioni dell'integrazione e dell'accoglienza.
E quelle della solidarietà umana con chi attraversa il mare umiliato
dallo sfruttamento dei racket.
La seconda parola del nuovo riformismo è REGOLE.
Da anni la destra italiana predica la sregolatezza, che tollera
o incentiva le irregolarità, che esalta l'individualismo, la furbizia
"dell'ognuno per sé" in ogni campo. Ha fatto dimenticare che buone
regole non sono ostacoli all'iniziativa e alla libertà di persone
e imprese ma sono invece strumenti di tutela dalle ingiustizie
e dalle disuguaglianze.
Noi vogliamo buone regole che oltre a sancire diritti, stabiliscano
doveri e responsabilità, garantiscano la sicurezza collettiva.
Se ci fosse stato più rispetto delle regole non avremmo avuti
i disastri di Viareggio e le conseguenze del terremoto che ha
colpito l'Aquila e l'Abruzzo.
Non avremmo 1300 morti sul lavoro sul lavoro ogni anno e oltre
6000 sulle strade. L'applicazione rigorosa delle regole è il presidio
della legalità e del contrasto alla criminalità organizzata che
uccide le potenzialità straordinarie di interi pezzi del Paese.
Di regole ha bisogno l'economia perché la loro assenza è la causa
principale della destabilizzazione dei mercati finanziari e degli
squilibri nell'economia reale.
E proprio all'economia e alle imprese servono regole semplici
e stabili che garantiscano il corretto svolgersi della concorrenza,
che rompano i conflitti di interessi che in Italia sono diventati
silenziosamente accettati, come fossero normali, avendo davanti
l'esempio della massima autorità di governo. Dobbiamo dirlo. Il
centrosinistra ha colpe precise non aver approvato una normativa
sul conflitto d'interessi quando era maggioranza dal 1996 al 2001,
ma quella responsabilità non ci può spingere adesso a restare
ancora fermi e silenti.
Abbiamo bisogno di nuove regole nello Stato e nella Pubblica Amministrazione,
che funzionano male e peggio che negli altri grandi paesi europei.
La gravissima crisi di affidabilità del sistema politico-istituzionale
è squadernata ogni giorno sotto i nostri occhi dalle immagini
televisive: le inchieste e gli scandali, la guerra tra le procure,
i rifiuti campani, la lentezza della giustizia e della burocrazia
che ostacola e sperpera.
E potrei continuare.
Lo stesso patto di lealtà fiscale ha come necessario presupposto
che il cittadino sappia che i suoi soldi non vadano a finanziare
spreco e inefficienza. E sappia che chi viola le leggi, esportando
illegalmente capitali, non venga premiato anziché essere punito
dalle legge. Per questo il PD deve impegnarsi per modernizzare
lo Stato, anche stando all'opposizione.
Noi non ci sottrarremo alla possibilità di condividere, anche
da subito, con i nostri avversari una riforma che renda più efficace
l'azione di governo e il ruolo del parlamento, cominciando dal
passaggio ad una sola camera legislativa, con un senato federale
ed un conseguente dimezzamento dei parlamentari eletti.
La terza parola è UGUAGLIANZA.
Uguaglianza è stata la parola forte dei grandi movimenti riformisti
del secolo scorso.
Qualcuno pensa che sia caduta in "disuso" e superata. Ma non è
così. E' una parola moderna, centrale nel mondo globalizzato.
Un mondo in cui senza gli anticorpi della politica le disuguaglianze
sono destinate ad aumentare drammaticamente, dentro i paesi e
tra i paesi del mondo.
Uguaglianza non come appiattimento delle differenze ma come valorizzazione
delle diverse capacità delle persone, come uguaglianza delle opportunità,
da sostenere non solo nelle condizioni di partenza ma nel corso
della vita di ciascuno.
L'Italia ha purtroppo un primato negativo: ha visto crescere le
diseguaglianze tra i redditi, ha visto aumentare le distanze tra
pezzi del suo territorio. Ha permesso il persistere di vaste sacche
di povertà, specie nel mezzogiorno. Ha registrato un blocco dell'ascensore
sociale che ostacola la possibilità delle persone di sviluppare
le proprie capacità. Sono queste le diseguaglianze che sottraggono
ai nostri giovani le aspettative dei coetanei di altri paesi europei,
che impediscono al figlio dell'operaio di avere le stesse opportunità
nella sua vita del figlio del notaio. Noi vogliamo cambiare questo
destino che la destra ritiene inevitabile.
Vogliamo invertire la tendenza partendo da proposte immediate,
che creino aperture sociali. Pensiamo allo sviluppo della rete,
della banda larga, come all'investimento infrastrutturale più
importante di questo decennio. Come vettore di crescita e di riduzione
delle disuguaglianze territoriali.
Pensiamo per i giovani studenti a un anno di presenza all'estero
finanziata, un Erasmus obbligatorio nel proprio percorso formativo,
ma anche a incentivi a studenti stranieri per studiare in Italia,
per attrarre cervelli. E all'interno del paese pensiamo ad uno
scambio fra studenti del Nord e del Sud per rafforzare esperienze
e culture comuni, per aprire le comunità del mezzogiorno.
Noi pensiamo al mezzogiorno come la possibile risorsa dell'economia
italiana. E' la politica nazionale, siamo noi, non un partito
del Sud, a dover credere che questo è possibile. Il mezzogiorno
è stato per decenni alla periferia del sistema economico. Oggi
il cambiamento geopolitico del mondo, la centralità del Mediterraneo
possono trasformarlo da periferia dell'Europa nella sua principale
porta d'accesso.
Per riuscirci non ha bisogno di assistenza o di aiuti generici
ma richiede risorse per ridurre il divario infrastrutturale, per
sostenere le imprese che investono, per colmare i ritardi del
sistema formativo e, soprattutto, per vincere la battaglia nazionale
per la legalità e contro le mafie. Uguaglianza significa poi valorizzare
la libertà di scelta e di lavoro delle donne. Perchè la libertà
delle donne è la condizione essenziale per avere una società più
dinamica e moderna, in cui la parità tra generi sia semplicemente
garantita da una vera selezione sui talenti e le qualità personali.
Per questo proponiamo misure di sostegno all'occupazione femminile,
dirette alla condivisione dei ruoli nella famiglia e alla conciliazione
fra lavoro e vita personale, e proponiamo un credito fiscale ai
genitori che lavorano per le spese relative alla crescita e al
mantenimento dei figli.
E sono queste le basi su cui vogliamo costruire un nuovo patto
fra generazioni e generi.
Un patto che riguardi anche il sistema previdenziale. Perchè oggi
è possibile e giusto chiedere la disponibilità ai genitori di
lavorare qualche anno di più, se viene data a loro la certezza
che questo serve non per finanziare sprechi, ma per dare ai propri
figli più ammortizzatori sociali e più certezze sul loro futuro
previdenziale.
Un patto che allarghi le opportunità per tutti i cittadini nelle
diverse fasi della vita, rispettandone e valorizzandone le diversità.
Uguaglianza significa infatti tener conto delle diversità, anche
di quelle interne al mondo del lavoro dipendente. Non vogliamo
appiattirle ma vogliamo garantire a tutti i lavoratori una base
comune di tutele e opportunità. Vogliamo contrastare la precarietà,
non occuparcene soltanto per l'assenza di ammortizzatori sociali
quaando il lavoro è ormai perduto.
Le nostre proposte indicano chiaramente queste misure: dal superamento
delle forme di collaborazione professionale che coprono rapporti
di lavoro subordinato agli ammortizzatori sociali universali per
tutte le imprese e i lavoratori. Sino alla previsione di una soglia
minima di salario, comune a tutti i tipi di contratto.
Questo zoccolo sociale comune costituisce la base per una buona
occupazione e per una flessibilità sostenibile. L'uguaglianza
infine deve essere la parola chiave anche nei rapporti internazionali,
con nuove forme di governance multilaterali, che contrastino l'azione
di un mercato e di un commercio senza regole e che diano voce
a tutti i paesi, compresi quelli più svantaggiati. Per questo
vigileremo che vengano mantenuti gli impegni presi dal nostro
governo al G8 in materia di cooperazione allo sviluppo, la grande
tradita di questo anno di governo.
La quarta parola è MERITO.
Una parola profondamente legata a quella precedente, a uguaglianza
Per sottrarsi alla retorica della meritocrazia occorre che il
merito divenga la chiave della vita sociale e sia concepito come
la leva fondamentale per superare molte delle ingiustizie sociali
che opprimono la nostra società, per rimettere in moto la mobilità
sociale. Merito per noi significa riconoscere e valorizzare le
capacità delle persone, significa avere la speranza di migliorare
la propria vita e quella dei propri figli.
Merito non vuol dire competizione sfrenata ma riconoscimento dei
talenti, dell'impegno, del valore del lavoro. L'egualitarismo
indifferenziato ha prodotto nel corso dei decenni più recenti,
gravi e profonde ingiustizie sociali.
Per questo l'affermazione del merito può tradursi, se declinato
con rigore, in un fattore di forte discontinuità culturale, in
una battaglia profondamente democratica.
Per questo le nostre proposte si rivolgono a tutti, alle componenti
più dinamiche della società, che non devono temere di essere penalizzate
e a quelle più esposte ai rischi di emarginazione, che vanno sostenute
nella loro crescita.
Oggi la società italiana è prevalentemente organizzata su sistemi
di cooptazione basati su relazioni familiari, professionali, politiche,
sindacali, associative o di altro genere. Relazioni che condizionano
l'accesso a carriere pubbliche e private, alle professioni come
allo svolgimento di attività di impresa in una serie di settori
protetti da potenti barriere. La nostra battaglia deve rompere
questo immobilismo, settore per settore.
Deve innestare radicali cambiamenti per aprire tutti i campi e
per investire sulla intelligenza e la creatività dei ragazzi italiani.
E il criterio del merito, associato a quello del dovere, deve
riguardare in primo luogo la scuola e le università, gli studenti
e le loro famiglie. Ma deve poi riguardare anche la progressione
di carriera dei docenti e deve diventare il criterio per il trasferimento
di risorse da parte dello Stato alle singole università, con certificazione
di qualità in base a parametri europei.
Questa impostazione va adattata in tutto il settore pubblico dove
l'ottica attuale deve essere corretta: mettersi non soltanto dalla
parte dei dipendenti o degli amministratori pubblici ma dalla
parte dei cittadini. Non si può più attribuire le inefficienze
solo e sempre alla mancanza di risorse. Non è vero che più soldi
generano sempre più qualità.
Molto dipende da una migliore organizzazione, da procedure semplificate,
dall'impegno di chi vi opera.
E chi opera bene va riconosciuto e premiato. Il merito deve affermarsi
anche nello spazio dell'attività economica privata. Un'idea meritocratica
del mercato non vuol dire affatto liberismo. Vuol dire affermare,
anche nei rapporti economici una nuova etica della responsabilità,
regole dei mercati e trasparenza a tutela delle imprese e dei
cittadini. Sta alle forze progressiste mostrare che la risposta
conservatrice, apparentemente protettiva e tranquillizzante, in
realtà non crea un nuovo ordine ma cerca solo di rinviare il problema
e di tenere tutto drammaticamente immobile.
La quinta e ultima parola è QUALITA'
Nel mondo globalizzato ogni paese, ogni economia nazionale dovrà
rinunciare ad essere competitiva su tutto e dovrà puntare sui
terreni su cui è più forte e vincente. Alcune nazioni punteranno
sul basso costo della mano d'opera, altre sulle grandi estensioni
territoriali, altre sulle materie prime.
L'Italia dovrà puntare sulla qualità.
Puntare sulla qualità significa puntare sull'eccellenza, sulla
parte alta della filiera produttiva, dove contano di più la creatività
e il capitale umano. Significa investire in conoscenza.
Scuola, scuola, scuola e poi università, ricerca, innovazione,
cultura. Significa valorizzare la capacità di produrre o di inventare
cose che piacciono a un mondo voglioso di qualità. Alle Olimpiadi
di Pechino erano piemontesi le pavimentazioni degli impianti sportivi,
bresciani i fucili che hanno vinto medaglie, marchigiane le macchine
elettriche, lombarde le piscine, toscani gli scafi del canottaggio,
del CNR la centrale di monitoraggio ambientale più grande al mondo.
Qualità significa valorizzare la bellezza del proprio territorio,
delle coste, delle nostre montagne, delle città e dei borghi italiani,
della loro storia e del loro patrimonio culturale. Valorizzare
un tessuto di piccole e medie imprese legate al territorio e attente
alla qualità. Valorizzare le radici e le nostre tradizioni, un
intreccio unico di storia e cultura, di agricoltura e prodotti
tipici, di buona cucina, di coesione sociale e qualità della vita.
L'Italia è la risorsa dell'economia italiana. Difenderla dalla
devastazione e dal saccheggio, è come per l'economia di un paese
arabo tutelare le proprie risorse petrolifere. Anche per questo
valorizzare e investire sull'ambiente e l'economia verde deve
essere la nostra priorità. La green economy sarà nel prossimo
decennio ciò che è stata la rivoluzione informatica negli anni
80, il nuovo motore dell'economia mondiale.
Chi raccoglierà questa sfida sarà protagonista, chi si attarderà
è destinato a rimanere ai margini. I risultati del recente G8
hanno segnato una timida inversione di tendenza nell'impegno per
le energie rinnovabili e contro il riscaldamento globale.
Occorre fare di più. Noi vogliamo che l'Italia faccia proprio
il programma della presidenza Svedese dell'Unione europea e per
questo proponiamo che si alleggeriscano le tasse sulle imprese
che mettono in atto comportamenti meno inquinanti.
Noi vogliamo che l'Italia guidi una rivoluzione verde, vogliamo
estenderne le grandi opportunità a tutti i territori, a cominciare
da quelli del Sud, che su questi temi potrebbe riscoprire una
vocazione che traini il suo sviluppo. Per centrare questo obiettivo
serve un Partito Democratico più coraggioso e più netto nei suoi
sì e nei suoi no.
Sì a una radicale riconversione del nostro sistema energetico
verso l'efficienza, il risparmio, le fonti rinnovabili.
No al nucleare del passato, pericoloso e costosissimo.
Sì a una rivoluzione fiscale che alleggerisca il prelievo su lavoro
e imprese che inquinano e consumano meno.
No all'abusivismo e al consumo spregiudicato di territorio.
Sì all'edilizia di qualità e alla sicurezza antisismica. No a
tutte le forme di illegalità ambientale, cominciando da una lotta
senza quartiere alle ecomafie e dall'inserimento dei reati ambientali
nel codice penale.
Sì a uno sviluppo locale e urbano che scelga una mobilità più
sostenibile e meno soffocata dal trasporto su strada, che opti
per sistemi moderni di smaltimento dei rifiuti.
E' su questa rotta che oggi deve muoversi l'Italia. Dobbiamo avere
fiducia nei nostri talenti.
Abbiamo territori ricchi di saperi, di creatività, di comunità
che conservano qualità della vita e forte coesione sociale.
Dobbiamo valorizzare questi talenti con l'innovazione, sfruttando
le grandissime opportunità offerte dalle nuove tecnologie. Ma
dobbiamo farlo.
Ricostruire un'identità del nostro campo e farci capire dagli
italiani con parole chiare Sarà un lavoro lungo e difficile.
Serviranno passione e tempo.
Un lavoro importante anche perché su questa base poi costruiremo
la nuova alleanza con cui candidarci alla guida del Paese e vincere.
Vogliamo tornare a vincere e quindi sceglieremo la strada delle
alleanze anche per il governo nazionale, come abbiamo fatto nei
comuni e nelle province e come faremo il prossimo anno nelle regioni.
Ma dobbiamo dire con chiarezza che non torneremo a quella stagione
delle coalizioni frammentate e litigiose, costruite con l'unico
collante del nemico. Quel tipo di coalizione che ha sempre colpevolmente
coperto la qualità dell'azione dei governi di centrosinistra.
Formeremo una alleanza che dia agli italiani la garanzia di un
programma condiviso e realizzabile. Credibile non solo per vincere
ma anche per poi riuscire a governare.
E difenderemo i principi del bipolarismo e dell'alternanza tanto
faticosamente conquistati.
Non torneremo indietro, ad un centro-sinistra col trattino, basato
su una divisione di compiti nel raccogliere consenso o nel rappresentare
pezzi di società e che circoscriva la nostra capacità espansiva.
Solo ipotizzarlo significa dichiarare fallita l'esperienza del
Pd, che è nato proprio sul superamento di quella divisione di
compiti e significa non avere capito che quello schema si trascina
forse in pezzi di classe dirigente ma non esiste più da tempo
nel nostro popolo.
Un unico popolo fin da prima che nascesse il Partito democratico.
Non torneremo nemmeno indietro a scelte politiche né accetteremo
leggi elettorali che spostino a dopo il voto la scelta delle alleanze,
sottraendo ai cittadini il diritto di conoscerle e sceglierle
prima. Dopo che gli è stato già tolto il diritto di scegliere
le persone da eleggere. Diritto che noi vogliamo venga restituito
a loro, con il ritorno ai collegi uninominali, compatibili con
diversi modelli di legge elettorale, ma sempre in grado di mantenere
il migliore rapporto tra un eletto e il suo territorio.
Per preparare una nuova alleanza servono pazienza e lavoro.
Oggi caratterizzarsi e scontrarsi nel dibattito congressuale soltanto
sulla scelta dei possibili alleati di domani sarebbe prova di
una sconcertante povertà di idee.
Fare l'opposizione insieme con altri partiti, individuare battaglie
comuni, in Parlamento e nel Paese, sui contenuti dell'azione di
governo, sarà il terreno migliore per sperimentare la possibilità
di formare una alleanza coesa e credibile. Fare l'opposizione.
Parliamo troppo poco di questo. Eppure questo oggi è il nostro
compito principale. Il compito che dobbiamo svolgere anche in
questi mesi di congresso, tenendo distinto il piano del dibattito
interno dall'esigenza di rappresentare le posizioni del partito
all'esterno in modo unitario e condiviso.
Dobbiamo continuare a mettere in campo proposte per risolvere
i problemi del Paese ma questo non è in alcun modo in contrasto
con quello che fanno le opposizioni in tutte le democrazie del
mondo: si oppongono.
Criticano l'azione del governo, ne denunciano le omissioni e le
colpe. Noi dobbiamo riuscire a farlo con più determinazione. Non
dobbiamo farci condizionare dalle parole dei nostri avversari
o di quei politologi interessati che ci accusano di antiberlusconismo
ad ogni critica che facciamo.
Contrastare il governo non è antiberlusconismo.
Essere riformisti non significa restare zitti. Un riformista alza
la voce, batte i pugni sul tavolo quando vede violentati lo stato
di diritto e le istituzioni democratiche, quando vede un governo
che nega la crisi e le difficoltà di milioni di italiani, che
non approva né riforme strutturali né misure per fronteggiare
l'emergenza.
Un riformista alza la voce e batte i pugni sul tavolo quando un
capo del governo attacca la stampa libera e il diritto di cronaca,
quando intimidisce imprenditori e editori, quando offende le istituzioni
internazionali, colpevoli solo di dire la verità.
La verità. Questa cosa per lui così strana e pericolosa.
Fare l'opposizione con fermezza e contemporaneamente mettere in
campo proposte per fronteggiare la crisi.
E poi fare il partito. Perché il partito lo stiamo ancora costruendo.
E il congresso sarà l'occasione per fargli fare un grande passo
in avanti. Per questo non dobbiamo temerlo o viverlo come una
lacerazione, o addirittura come l'anticamera di una scissione.
Qualsiasi cosa accada noi resteremo insieme.
Ma abbiamo bisogno di un confronto vero e onesto tra visioni differenti
sul futuro e su quello che abbiamo fatto da quando il PD è nato.
Ci sono certamente stati limiti e abbiamo fatto errori, abbiamo
già attraversato sconfitte e risultati positivi, come sempre è
stato e sempre sarà. Ma per una volta vorrei che tutti noi rivendicassimo
il lavoro che insieme abbiamo fatto. Rivendicassimo con orgoglio
il lavoro straordinario che insieme abbiamo fatto. In venti mesi
abbiamo dovuto sciogliere i partiti precedenti, darci regole e
statuti, radicare i circoli.
Abbiamo fatto le primarie, gestito due campagne elettorali. In
venti mesi abbiamo costruito uno dei più grandi partiti del campo
progressista.
Alle elezioni europee di quel campo siamo diventati il primo partito,
il partito che ha preso più voti.
Abbiamo cambiato la politica italiana, chiudendo la stagione della
frammentazione politica e delle coalizioni contro. Abbiamo fatto
nascere oltre 6000 circoli, abbiamo ormai incrociato e mescolato
le nostre provenienze, come questo congresso sta dimostrando,
abbiamo oltre mezzo milione di iscritti e migliaia di quadri e
amministratori.
Su questo lavoro oggi possiamo investire.
Da questo lavoro, anche dai nostri errori, possiamo ripartire
per costruire il partito. Un partito che coltiva le diversità
culturali al suo interno come una ricchezza, ma che cerca e trova
la sintesi. Diversità non significa galleggiare e non scegliere.
Significa dialogare, accettarsi e poi decidere. Nel modo più semplice
e antico, quello che per noi sembrava un tabù: votando.
In questi quasi cinque mesi da Segretario ho cercato di fare così:
su temi che sui giornali sembravano destinati a spaccarci drammaticamente,
abbiamo discusso e votato. Dalla scelta sul referendum, alla convocazione
del congresso sino alla nascita del nuovo gruppo parlamentare
al parlamento europeo, l'Alleanza progressista. E fatemi dire
che questa è la nostra vittoria politica più bella. Sul terreno
che a tutti sembrava il più insidioso e insormontabile, abbiamo
fatto fare un passo enorme a tutte le forze democratiche e socialiste
europee verso una nuova casa comune.
E così continueremo a fare: discutere e decidere, anche sui temi
più difficili, a cominciare da quelli eticamente sensibili. Diremo
no a chi pensa che su un terreno così nuovo e delicato, che interroga
e riempie di paure e di speranze le coscienze di laici e cattolici
allo stesso modo, il confronto voglia dire soltanto sbattersi
reciprocamente in faccia la propria verità.
Ci aspetta alla Camera il lavoro sul testamento biologico. Ci
ascolteremo, dialogando.
Ma alla fine decideremo la posizione del partito. Rispetteremo
fino in fondo chi non si sentirà di condividerla, ma decideremo.
Sarà il modo più onesto di interpretare la laicità del nostro
partito e di rispettare il principio intoccabile della laicità
dello stato.
Quello che sta scritto nella nostra Costituzione e che appartiene
a tutti noi, laici e cattolici del PD. Lo hanno detto molto chiaramente
i 60 parlamentari cattolico- democratici nella lettera con cui
due anni fa hanno spiegato il rapporto tra la loro scelta di fede
e la laicità nelle scelte politiche e parlamentari. E non dobbiamo
cadere nella tentazione di far diventare questo tema il terreno
dello scontro e delle divisioni congressuali. Deve essere invece
la base condivisa del nostro percorso comune.
La laicità oggi non è più soltanto il principio che regola il
rapporto tra Chiesa cattolica e Stato.
Nella società aperta, nel mondo globale e plurale, il tema della
laicità va declinato in modo più ampio.
Non si può parlare al singolare: esistono fedi e culture diverse
che sono chiamate a convivere.
E questo pluralismo è caratterizzato da valori e tradizioni a
loro volta diversi, che talvolta possono essere in conflitto.
Essere laici nelle società contemporanee significa accettare che
nessuna scelta politica sia sottratta alla faticosa strada delle
necessarie sintesi. Sapendo con certezza che nessuna legge potrà
mai essere l'automatica traduzione di un valore religioso. La
laicità, dunque, oggi è la garanzia della libertà di tutti, credenti
in una fede o non credenti, nello spazio pubblico, nei loro diritti
civili.
E non si può pensare ad un baluardo più solido, a difesa dello
Stato laico, di un grande partito come il PD.
Un partito forte perché radicato nella complessità del popolo
italiano, e quindi capace di resistere ad ogni tentativo di condizionarne
le scelte. E un partito plurale.
Un partito che fa della contaminazione tra le visioni del mondo
e le culture politiche al proprio interno, un argine efficace
contro tutti gli integralismi e i fondamentalismi, religiosi come
ideologici.
Poi vogliamo un partito aperto. Che spalanca i propri gruppi dirigenti
a quelle persone, soprattutto a quei giovani e quelle donne, che
non hanno appartenenze precedenti e che hanno scelto di cominciare
il loro impegno politico con il Pd.
Quelli che vorrebbero entrare e impegnarsi ma spesso non sanno
nemmeno a che porta bussare e invece abbiamo un bisogno enorme
della loro freschezza e delle loro energie. Un partito che investe
e spende nella formazione politica.
Questa cosa preziosa e dimenticata. Indispensabile per spazzare
l'idea superficiale che si possano avere responsabilità politiche
senza un percorso di preparazione e di studio che comincia dal
basso, dalla gavetta. Un partito in cui il rinnovamento necessario
dei gruppi dirigenti non ha nulla a che vedere col "nuovismo"
scelto dall'alto, ma significa valorizzare e investire sull'esperienza
e sul radicamento territoriale di sindaci, di amministratori,
di segretari provinciali e coordinatori di circolo, di parlamentari
e quadri del partito.
Appena eletto segretario ho pensato di dover fare così, ho sciolto
i vecchi organi collegiali e ho formato una segreteria costituita
da un Sindaco, un Presidente di Provincia e uno di Regione, un
segretario regionale e uno provinciale, una parlamentare e un
consigliere regionale.
Per questo non devo fare promesse, ma soltanto dire che con questi
stessi criteri comporrò la mia futura squadra. Un partito che
difende come oro la forza dei propri militanti. Tutte quelle persone
che hanno scelto, iscrivendosi al partito, di dedicare una parte
della propria vita a un ideale, tenendo aperti i circoli, distribuendo
volantini e giornali, animando le feste di partito, appassionandosi
per la politica.
Ma un partito che sa anche che nella società di questo secolo
esistono altre forme di partecipazione a un progetto politico,
meno stabili ma non per questo meno vere e appassionate. Cambiamo
lo statuto dove non funziona. Rivediamo le regole del tesseramento
per avere più apertura e più trasparenza insieme. Mettiamo un
po' d'ordine nelle regole ma non rinunciamo alla scelta che abbiamo
fatto alla nascita del Pd, di affidare agli iscritti le scelte
del partito e l'elezione degli organi territoriali, affiancando
a loro gli elettori, da chiamare nei momenti delle grandi scelte,
com'è certamente l'elezione di un segretario nazionale.
Non alziamo barriere. Gli elettori del Pd non sono estranei, sono
parte di noi. Sono quelli che arrivano nelle grandi mobilitazioni
civili, che ci sostengono nelle campagne elettorali, che riempiono
le piazze e i comitati. Ecco perché difendo questo equilibrio
e perché penso che le primarie del 25 ottobre saranno un'altra
momento importante per noi e per la democrazia italiana. Io voglio
un partito solido.
Ma fare un partito solido nel 2009 non significa rispolverare
i modelli di cinquant'anni fa.
Poi un partito nazionale e federale insieme che, dentro una missione
unitaria, lasci ai partiti regionali autonomia politica e statutaria
nella scelta del modello organizzativo, delle alleanze, dei candidati,
delle priorità programmatiche. Partiti regionali che, come prevede
il nostro statuto, possano decidere di aggregarsi per aree geografiche
omogenee, nel nord o nel sud del paese, per dare più forza, organizzativa
e politica alla nostra azione.
Un partito infine radicato sul territorio, che vuole avere un
circolo in ogni paese, in ogni quartiere con una sede aperta.
Circoli che non siano solo luoghi per misurare i rapporti di forza
nei congressi o per comporre organi e giunte, ma che si occupino
del territorio e dei problemi delle comunità locali in cui sono.
Questo è il radicamento. Circoli come antenne per ascoltare e
capire l'Italia.
Ce ne sono migliaia che sono nati così e che vogliono restare
così. Li ho incontrati dappertutto girando città e comuni, prima
e durante la campagna elettorale. Circoli e iscritti che rifiutano
di appartenere a tizio o a caio, a un capo o all'altro.
Che sono nati liberi e vogliono restare liberi. Che al congresso
voteranno il Segretario nazionale non in base all'indicazione
ricevuta da qualcuno che conta ma secondo coscienza, scegliendo
il candidato per pensano farà meglio per il loro partito.
Guardando non da dove viene ma dove vuole andare. Un Patto con
i Circoli. Questa è la mia proposta per il congresso.
Un Patto che rispetti la pluralità di culture che arricchiscono
il partito. Che non le teme.
Che non cerca di fare prevalere una identità sulle altre. Avere
scelto di fare un grande partito significa necessariamente imparare
ad accettare le diversità che ci sono ancora tra noi. Sentirsi
come un fiume, come un grande fiume che raccoglie e mescola le
acque di tanti affluenti e le porta verso il mare lontano. L'arcipelago
di storie e provenienze che sostengono la mia candidatura non
è un limite è una ricchezza. Sarà mia la responsabilità di fare
sintesi, e di trasformare in un messaggio condiviso e unico questa
varietà di posizioni.
Che sono però, voglio dirlo con chiarezza, la migliore garanzia
che il Partito Democratico resterà fedele all'idea che l'ha fatto
nascere.
Che non torneremo indietro.
Che non torneremo a riconoscerci nelle provenienze che abbiamo
scelto liberamente e consapevolmente di lasciare alle nostre spalle.
Ci vuole sempre più coraggio quando si sceglie di andare avanti.
Fermarsi o tornare indietro può essere più tranquillo e rassicurante,
soprattutto in un tempo di paure e incertezze. Ma noi vogliamo
un partito che ha il coraggio di rischiare. Un partito che ha
coraggio nel costruire se stesso e il proprio radicamento con
pulizia e con rigore, che ha coraggio sia nell'ammettere i propri
errori che nel rivendicare con orgoglio i risultati della sua
giovane storia. Un partito che ha coraggio nel fare l'opposizione,
sfidando la prepotenza e il potere di questa destra con la forza
delle ideali, della voce, delle mani e delle braccia di migliaia
di donne e di uomini.
Un partito che ha coraggio nello svegliare la coscienza civile
di un paese che sotto la crosta è pieno di forza e di energia
positiva, di talenti e di voglia di futuro. Un partito che propone
all'Italia il cambiamento contro la conservazione.
Oggi, davanti a voi, assumo l'impegno di mettercela tutta. Ho
cominciato ad amare la politica a 16 anni, in una assemblea studentesca
che non potrò mai dimenticare, piena di giovani che si infuocavano
di amore per le loro idee, così lontane, così diverse, così assolute.
Credevamo tutti che la politica fosse la chiave per cambiare il
mondo. Da allora ho incrociato speranze e amarezze, ho iniziato
a 20 anni in consiglio comunale e mi sono trovato segretario del
partito che ho sempre sognato, ho fatto errori, ho conosciuto
l'entusiasmo e la disillusione.
Ma sono ancora convinto che la politica sia quella chiave per
cambiare il mondo, sia la chiave per costruire il giorno che viene.
"Ogni mattina -ha scritto David Maria Turoldo- quando si leva
il sole, inizia un giorno che non ha mai vissuto nessuno". Abbiamo
davanti a noi un tempo che vale la pena vivere.
Sarà un tempo di sfide dure e bellissime. Sarà il nostro nuovo
giorno. E noi lo vivremo.
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