«DEMOCRAZIA
E ISTITUZIONI»
di Antonello Soro,
14 settembre 2009
«Potere esecutivo e potere legislativo, potere esecutivo
e potere dell’informazione: è nel giusto rapporto
tra questi poteri che si riconosce una democrazia stabile, forte,
vitale. Risiede in questo snodo il punto più acuto dello
scontro politico nel nostro paese. Per questo assume un valore
straordinario il richiamo del Presidente della Repubblica in occasione
dell’incontro tra i Presidenti delle Assemblee parlamentari
del G8. In quella occasione, Napolitano ha pronunciato parole
nette circa il “ruolo insostituibile” dei parlamenti
e circa la necessità di un rapporto equilibrato e non subalterno
tra potere esecutivo e potere legislativo.
E’ di questi giorni la grave ingerenza che ha determinato,
con un atto d’imperio non giustificato, lo stravolgimento
dell’agenda di un palinsesto del servizio pubblico televisivo.
L’obiettivo è evidente: impedire una qualsivoglia
espressione critica rispetto all’imperante racconto agiografico
delle gesta del Cavaliere. Un modo esplicito di scoraggiare e
intimidire le voci discordanti. Dopo le molte pressioni dei mesi
scorsi, dopo le querele a “Repubblica” e all’Unità,
dopo gli avvertimenti clamorosamente riassunti nel caso Boffo,
ancora un atto d’imperio che umilia l’informazione
e con essa la democrazia.
Berlusconi dimostra di essere intollerante per qualsiasi messaggio
che appaia divergente, non allineato con la sua realtà
divulgata, con l’informazione che il governo produce: ma
in questa durezza esibita, in queste ricorrenti prove muscolari,
si può intuire la sua debolezza reale, la consapevolezza
di un declino iniziato, la solitudine di un uomo che vive nel
bunker.
Per questa ragione abbiamo il dovere di una riflessione serena
e partecipata intorno al tema della democrazia. E anche per questa
ragione è un dovere democratico aderire alla manifestazione
per la libertà di informazione.
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Nel Novecento il mondo ha sperimentato un mutamento politico straordinario
e senza precedenti che ha permesso alla liberaldemocrazia di battere
i suoi nemici. Mai era accaduto che tanti Stati nel mondo fossero
retti da regimi che si definiscono democratici e che i valori
democratici fossero così poco contestati
Paradossalmente,
nel momento in cui conosce i suoi maggiori trionfi, la democrazia
appare tutt’altro che in buona salute, i suoi meccanismi
inceppati, usurati. Cala la partecipazione alla vita politica,
cresce l’astensionismo alle elezioni, si ferma il ricambio
delle classi dirigenti, si diffondono i brogli elettorali e i
casi di corruzione, crescono i consensi delle formazioni politiche
xenofobe e antisistema. Il pericolo di un’involuzione negli
ordinamenti investiti dalla grande “ondata di democratizzazione”
lambisce non solo le giovani democrazie ma anche i sistemi più
consolidati.
E’ un fenomeno preoccupante che non conosce confini, le
cui conseguenze finiscono per travolgere i luoghi deputati all’esercizio
e alla pratica della democrazia: i Parlamenti e in primis i partiti
politici.
Alain
Touraine parla di fine della politica tradizionale intesa come
quella capace di controllare l’economia e di avere il controllo
della società che si è, nel frattempo, de-istituzionalizzata.
Ciò che è accaduto, dice Touraine, è che
da un lato c’è un sistema economico fuori controllo
e, dall’altro, un individuo sempre più isolato e
abbandonato a se stesso.
C’è
un punto cruciale però sul quale è bene riflettere,
quando parliamo di democrazia, il modello di riferimento non è
più quello della democrazia diretta dell’Atene del
V secolo a. C., oggi usiamo questo termine come sinonimo di democrazia
liberale. Ossia facciamo riferimento a un sistema politico che
si è formato nel corso della storia dal connubio con il
liberalismo, combinando il principio di sovranità popolare
con la tutela dei diritti liberali e con la divisione dei poteri
indicata nel XVIII secolo da Montesquieu.
Nel processo di degrado delle democrazie i governi tendono programmaticamente
a indebolire il ruolo e il peso dei parlamenti e l’efficacia
dell’azione della magistratura, che si vuole ricondurre
sotto il controllo dell’esecutivo, il quale a sua volta
soggiace all’influenza delle élites del potere finanziario
e industriale.
Nel nostro Paese questo quadro è aggravato dal conflitto
di interessi: quando un imprenditore, tra i più ricchi
e potenti del mondo, fonda un partito e diventa capo del governo
è già una anomalia, ma la cosa diventa inquietante
quando ha il controllo delle TV e dei media in genere. E’
quello che è successo nel nostro Paese, tanto da farne
un caso nel contesto internazionale, una sorta di democrazia illiberale,
come quelle teorizzate da Fareed Zakaria, nel suo libro “Democrazia
senza libertà”, dove si combinano elezioni e autoritarismo.
Nel suo testo, di qualche anno fa, Zakaria, citava ad esempio
la russia di Eltsin, governata a colpi di decreto, ma non credo
che sia così un azzardo inserire la nostra democrazia nell’orizzonte
geopolitico di quelle democrazie illiberali. oniva
Una importante corrente di pensiero negli Stati Uniti sostiene
che in una democrazia “il rischio di oppressione”
deriva dalla “maggioranza della comunità”,
lo stesso ammonimento di Alexis Tocqueville, che parlava esplicitamente
di “tirannia della maggioranza”.
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L’esperienza di governo di Silvio Berlusconi è stata
informata al desiderio di imporre al sistema italiano la cifra
del proprio temperamento e delle pr0prie ossessioni nel segno
di un“decisionismo” assoluto.
Dopo il rifiuto ostentato di una stagione costituente per la riforma
della Costituzione,dopo il rifiuto esibito della disponibilità
offerta da Veltroni all’inizio di questa legislatura ,il
presidente del Consiglio ha imposto un metodo di azione e di formazione
delle leggi che snatura gli articoli della Costituzione formale
e altera gli istituti della costituzione materiale:a quanti si
opponevano a questo “regime” si è replicato
con la forza dei numeri.
Il consenso, legittimo, raccolto il giorno delle elezioni è
divenuto il passe-partout per superare qualsiasi resistenza.
Vengono in mente le parole profetiche di Noberto Bobbio sulla
democrazia dell’applauso: “… Non è un’elezione,
è un’investitura. Il Capo che ha ricevuto un’investitura
è svincolato da ogni mandato e risponde soltanto di fronte
a se stesso e alla sua missione… Nella democrazia dell’applauso
si esprime l’opinione, il sentimento, lo stato d’animo,
emotivo, non del singolo individuo, ma della massa informe che
lo trascende… Ma la democrazia è il governo delle
leggi non degli uomini…”.
Ma
questa è anche la stagione più difficile e buia
per il diritto, la “fine delle leggi” come complesso
di norme generali e astratte, uguali per tutti. E’ la stagione
delle leggi ad personam, dei “Lodi” dal Lodo Schifani
al Lodo Alfano, dei condoni per gli evasori. Si rompe il principio
di legalità, perché la legge smette di essere uguale
per tutti, l'eguaglianza “è essenzialmente la giustizia
come rispetto della norma”.
La
ricaduta pratica nella vita quotidiana delle nostre istituzioni
è nota a tutti: si emana un decreto-legge, si pone la fiducia
senza neanche aprire la discussione, in assenza di un qualunque
pretesto di ostruzionismo, si porta a ratifica in un'Assemblea
parlamentare in cui, visti i numeri dovuti ad una legge elettorale
che assegna alle maggioranze una larga prevalenza, tutto ciò
si trasforma in una semplice formalità. In via di principio,
non abbiamo mai considerato estranea al nostro ordinamento la
questione di fiducia e non abbiamo mai considerato un ricorso
frequente ai decreti-legge una questione negativa di per sé:
è il combinato dei due istituti che sta diventando un tarlo
che consuma la natura del Parlamento e del nostro ordinamento
democratico.
Tutte le principali leggi approvate (dalle disposizioni sulla
sicurezza, alla manovra economica, agli interventi sulla scuola),
questo Governo le ha varate con decreto-legge e con ricorso al
voto di fiducia in sede di conversione.
Su 94 leggi approvate in questa legislatura solo 9 sono ascrivibili
all’iniziativa parlamentare.
Di fatto, si va operando una trasformazione del processo legislativo
in contrasto con la Costituzione, un cambio sostanziale, materiale,
ma direi in violenza alla Costituzione vigente. Illuminante sulla
situazione, l’ultimo decreto anti-crisi.
Il governo impone con una mano la conversione di un primo “provvedimento
urgente” infarcito di errori e con l’altra ne presenta
un secondo che riscrive quello appena approvato. Come se il Parlamento
non esistesse, quando invece avrebbe potuto benissimo provvedere
alle correzioni durante l’esame del provvedimento, come
è nella logica di un sistema bicamerale.
Riprendere
il processo di riforme significa quindi intervenire per razionalizzare
il ruolo del Governo in Parlamento ma, contestualmente, affrontare
il tema delle garanzie democratiche in un sistema maggioritario.
Nessuna democrazia è esente da rischi ma il pericolo di
un’involuzione si affronta accettando la sfida del rinnovamento.
L'approdo definitivo a una forma di democrazia decidente è
pienamente compatibile con il sistema parlamentare. Il governo
delle società complesse e globalizzate, come testimoniato
dalla recente crisi internazionale, ha bisogno infatti di istituzioni
democratiche più forti, per assicurare più trasparenza,
più controllo, più contraddittorio.
In questa direzione due sono gli irrinunciabili presupposti politico-istituzionali
sui quali si fonda la nostra proposta di riforma costituzionale.
Il primo è che qualsiasi ipotesi di revisione costituzionale
che incida sulla forma di governo non abbandoni il solco della
forma di governo parlamentare. E il secondo, logicamente conseguente
al primo, è che ogni ipotesi di rafforzamento dell'Esecutivo
all'interno della forma di governo parlamentare passi attraverso
un'implementazione dei poteri del Governo o del Presidente del
Consiglio e non attraverso il depotenziamento delle funzioni (specie
quella di controllo) del Parlamento.
Un’ultima riflessione sul tema del conflitto di interesse,
ovvero come proteggersi dal “dispotismo indiretto”
che può sorgere dal monopolio del potere della parola senza
rinunciare alla libertà di parola? Osserva Nadia Urbinati,
nel suo saggio “Lo scettro senza il re”, “se
nella democrazia antica la minaccia oligarchica si materializzava
nella sospensione del diritto di voto, in quella rappresentativa
essa può meglio materializzarsi nella sfera del giudizio,
come una forza esorbitante e incontrollabile di formare opinioni,
manipolare fonti di informazione, addomesticare la voce critica
dei cittadini, con lo scopo finale di deprimere il potere di controllo
e rendere la cittadinanza un esercizio di docile passività”.
Attualmente
nessuna delle costituzioni occidentali è attrezzata efficacemente
per proteggere il diritto dell’informazione e il pluralismo
delle fonti di informazione altrettanto quanto lo è con
il diritto di voto. Diviene pertanto essenziale difendere sia
la libertà di esprimere opinioni che la libertà
di essere informati. L’informazione è un bene pubblico
come la libertà e il diritto (e come libertà e diritto
non è a discrezione della maggioranza). Senza questo potere
di controllo le democrazie moderne sono a rischio».