L’attuazione
del federalismo fiscale sarà fortemente condizionata dal nostro
modello di federalismo, assai meno o affatto da quello con il quale
la Destra, appena un anno fa, si è presentata agli elettori.
In quella circostanza lo schieramento berlusconiano ha chiesto i voti
e ha vinto le elezioni sbandierando un progetto, quello lombardo, insostenibile
per il Paese. Un sistema di federalismo fiscale ispirato - non sappiamo
se consapevolmente - a un modello istituzionale di tipo confederale,
come se l’Italia non fosse uno Stato nazionale e gli estensori
di quella proposta avessero lavorato avendo davanti una carta geografica
dell’Italia di 150 anni fa. Il sistema lombardo non partiva da
un’analisi dei compiti e delle funzioni attribuite a ciascun livello
istituzionale e dei relativi costi, ma da un’idea pregiudiziale:
che le risorse si spendono sul territorio dove sono prelevate e questo
territorio è fondamentalmente quello regionale. Si spaccava l’Italia
in due, in regioni ricche e in regioni povere.
Ci si preoccupava unicamente del lato delle entrate, senza occuparsi
delle competenze, di “chi deve fare e cosa”, nell’amministrazione
pubblica. Si proponeva una sorta di centralismo regionale che annullava
la funzione dei governi locali, ignorando quello che per noi rimane
un fondamentale principio di libertà e democrazia: il principio
di sussidiarietà, cardine della nostra concezione dello Stato.
Secondo questo principio, l’intervento della mano pubblica, quando
richiesto, deve venire dal livello più vicino al cittadino. Quindi,
in caso di bisogno, spetta al comune agire per primo. E quando questo
non è possibile, deve intervenire la provincia, quindi la regione,
poi lo Stato centrale e infine l’Unione europea.
Questa gradualità di intervento assicura l’effi cacia oltre
che l’efficienza delle misure prese, ma soprattutto libera lo
Stato da un sovraccarico di compiti che non sempre è in grado
di assolvere in modo adeguato e mette i cittadini nella condizione di
esercitare nel modo più diretto possibile il controllo sull’operato
dei propri amministratori. Quando si creano le condizioni, l’applicazione
concreta di questo principio mette davvero la pubblica amministrazione
al servizio delle persone e consente la loro emancipazione da sudditi
passivi in cittadini titolari di diritti. Questa visione della società
pone la persona al centro, e le istituzioni al suo servizio, e non il
contrario.
Non è un caso che questa visione abbia un peso rilevante nella
cultura federalista italiana: una storia che non si può ridurre
solo al tema della rivolta fiscale o a qualche slogan nel segno di “padroni
a casa nostra”. Un’idea di società che ci ha guidato
in tutti questi anni, dalle riforme degli anni Novanta all’impegno
in Europa - quell’Europa sempre avversata dalla Destra - dove
il principio di sussidiarietà è accolto come uno dei principi
fondamentali. Ancora più lontano dal modello approvato, esattamente
agli antipodi, si potrebbe collocare il progetto di devolution sul quale
il centrodestra, in tutte le sue componenti, aveva scommesso nel 2004.
Un tentativo di stravolgere il nostro sistema costituzionale.
L’introduzione della devolution, come era stata scritta, presentava
una contraddizione insanabile: in materia di sanità, di istruzione
e di polizia dove già esiste una competenza legislativa esclusiva
in capo allo Stato si attribuiva una competenza in capo alle regioni.
Un’assurdità! Una potestà esclusiva è tale
perché esclude la potestà degli altri.
Secondo i principi fondamentali del nostro ordinamento costituzionale
salute, sicurezza, istruzione sono il terreno in cui si concretizzano
i diritti di cittadinanza fondamentali, diritti che lo Stato nella sua
unità è chiamato a riconoscere e garantire. Le regioni
sul piano dell’amministrazione potranno organizzare in maniera
diversa l’esercizio di questi diritti, ma non potranno organizzare
i diritti di un cittadino che vive a Milano in misura diversa da quelli
di un cittadino che vive a Palermo o a Reggio Calabria. Abbiamo respinto,
all’epoca, questa secessione dei diritti di cittadinanza grazie
al voto di quasi 16 milioni di italiani che, nel giugno del 2006, votarono
contro la riforma della Costituzione del centrodestra e, con altrettanta
coerenza, abbiamo continuato a difendere le nostre ragioni nel corso
dell’esame parlamentare di questo provvedimento. Lo abbiamo fatto
muovendoci in un contesto politico difficile perché sappiamo
che esiste un sentiero stretto per esercitare il ruolo di opposizione
che gli elettori ci hanno assegnato, senza rinunciare al compito irrinunciabile
di difendere gli interessi generali del Paese, in modo particolare,
quando sono in gioco le riforme generali dello Stato.
La nostra bussola è stata la ricerca seria e ragionata di un
filo conduttore coerente con le idee che guidano il disegno di riforma
delle nostre istituzioni, da quella del Parlamento, alla forma di Governo,
fino al cosiddetto codice delle autonomie, che crediamo debba essere
inscindibile corollario del federalismo fiscale. Immaginiamo questa
legge come parte di una più generale riforma dello Stato, che
abbia l’obiettivo di rendere più efficiente la pubblica
amministrazione, di rendere più semplici e trasparenti le procedure
e le burocrazie, di qualificare e controllare la spesa pubblica attraverso
un maggiore controllo da parte dei cittadini.
L’idea centrale della proposta politica del Partito Democratico,
di un partito riformista e nazionale, ruota sempre intorno all’obiettivo
di allargare il diritto di cittadinanza di tutti gli italiani, qualunque
sia la parte del Paese in cui essi vivono. In fondo, sta tutta intorno
a questa cifra l’ispirazione delle riforme non effimere degli
ultimi venti anni, dal trasferimento di competenze alle regioni e alle
autonomie locali con le riforme Bassanini, all’elezione diretta
dei presidenti delle regioni e al nuovo Titolo V della Costituzione.
Stanno intorno a questa linea di demarcazione la disputa e i conflitti
sulla nuova architettura istituzionale che hanno segnato negativamente
la XIV legislatura. Oggi ci siamo lasciati alle spalle anche il testo
proposto dal Governo al Senato, quell’impianto fondato sulla suggestione
che le regioni ricche potessero trattenere sul proprio territorio tutta
la ricchezza prodotta, a prescindere dalle funzioni svolte, senza alcuna
cura per gli squilibri territoriali nell’accesso ai diritti sociali
di una grande parte del Paese, in contrasto con il principio costituzionale
della progressività delle imposte.
Il lavoro dei nostri deputati, che vorrei ringraziare uno per uno per
lo straordinario lavoro svolto nelle Commissioni e in Aula in questa
occasione, ha profondamente modificato quel testo. Il 90 per cento dei
cambiamenti effettuati sono frutto delle proposte emendative del Partito
Democratico. Non ci sono più tante Irpef quante sono le regioni,
un’idea balzana capace di innestare una sorta di turismo fiscale
nel nostro Paese alla ricerca della regione più conveniente.
Avremo un coordinamento dinamico - si chiama così - della finanza
pubblica per far convergere tutti i territori italiani verso livelli
uniformi sia dei costi, sia dei tassi di copertura e della qualità
dei servizi, e il Parlamento dovrà stabilire con legge i livelli
minimi delle prestazioni essenziali da garantire su tutto il territorio
nazionale, con un passaggio governato dalla spesa storica ai costi standard.
Il meccanismo della perequazione è stato ribaltato: non saranno
più le regioni ricche a conferire risorse a quelle povere, secondo
una procedura propria della beneficenza, ma sarà lo Stato l’attore
essenziale delle politiche perequative. I soldi per il riequilibrio
del Mezzogiorno non entreranno in fondi indistinti e il Parlamento avrà
un ruolo non marginale nella fase di attuazione. Questa legge è
davvero una cosa diversa da quella iniziale, ma certo non è la
nostra legge.
Ci siamo chiesti nelle settimane scorse se sia possibile per una forza
di opposizione concorrere al processo di riforme in presenza di un Governo
verso il quale nutriamo una profonda, radicale e motivata sfiducia.
Abbiamo superato dubbi e inquietudini non banali perché abbiamo
ritenuto che non sia possibile rassegnarsi all’idea che le riforme,
in questo Paese, debbano essere il frutto esclusivo delle maggioranze
e, come tali, destinate all’effimera durata di un ciclo di Governo,
o peggio che le riforme possano e debbano sempre invocare governi di
unità nazionale.
Per questo la nostra astensione, al momento del voto finale sulla legge,
segna il riconoscimento di un percorso virtuoso nel metodo e di un prodotto
legislativo che non coincide per intero con la nostra iniziale proposta
ma reca il segno indelebile delle nostre idee e della nostra visione
di un’Italia che, riformando le istituzioni e accettando la sfida
dell’efficienza, rinsalda su basi nuove l’unità nazionale.
Ma la nostra astensione al momento del voto finale sulla legge segna
anche, tutte intere, le riserve per il compito affidato al Governo nella
fase successiva. Non è stata la nostra una delega in bianco,
ma una sfida democratica a fare presto e a corrispondere con rigore
e con lealtà al credito che il Parlamento ha fatto all’Esecutivo.