L’equilibrio necessario tra giustizia e informazione

Nel testo di riforma del processo penale al governo è affidata l’importante delega legislativa che deve garantire il diritto di cronaca dei media senza però che ci vada di mezzo la tutela della privacy
Intervento di Antonello Soro, Presidente del Garante per la protezione dei dati personali
(“Corriere della Sera”, 29 giugno 2017)

Il disegno di legge per la riforma del processo penale, approvato in via definitiva lo scorso 14 giugno, affida al governo una delega legislativa importante, tra l’altro in materia di intercettazioni. Importante per il tema stesso oggetto di disciplina, in quanto ridisegna i rapporti tra alcuni presupposti essenziali di un sistema democratico: potere di accertamento dei reati, diritto di difesa libertà di stampa, riservatezza delle parti e dei terzi, a qualunque titolo coinvolti nel procedimento. E altrettanto importanti sono le scelte compiute, nel merito, dal legislatore, molte delle quali si conformano alle direttive emanate da alcune Procure oltre che alle indicazioni più volte fornite dal Garante sul tema. Rileva in tal senso, in particolare, la garanzia di una più puntuale selezione del materiale investigativo assicurando, nel doveroso rispetto dei diritti della difesa, che negli atti processuali non siano riportati interi spaccati di vita privata (delle parti ma soprattutto dei terzi), del tutto estranei al tema di prova, dunque non necessari ai fini delle indagini. E si tratta di una soluzione che, pur coprendo tutte le fasi procedimentali in cui assumono rilievo le intercettazioni, dal brogliaccio all’acquisizione, rimette doverosamente la decisione definitiva all’autorità giudiziaria, nel contraddittorio delle parti.

Per altro verso, la salvaguardia del diritto di informazione è assicurata da uno specifico criterio di delega, volto a tenere conto della giurisprudenza Cedu in materia. La valorizzazione di tali criteri direttivi, nell’esercizio da parte del governo della delega legislativa, consentirà, auspicabilmente, di minimizzare l’impatto sulla privacy (delle parti e dei terzi), che ha uno strumento prezioso ma anche assai invasivo, come quello intercettativo, senza minimamente indebolirne l’efficacia. L’effettiva tenuta «sociale» di tale riforma dipenderà tuttavia, in misura significativa, da come i principi sanciti saranno «vivificati» ogni giorno, in quell’impegno comune a cui sono chiamati, su questo terreno, tutti gli attori coinvolti.

Non saranno infatti le sole norme, per quanto eque e lungimiranti, a poter garantire il migliore bilanciamento tra i vari diritti in gioco, in assenza di un’etica e deontologia professionali capaci di dare corpo, di volta in volta, ai principi enunciati in astratto dal legislatore. E questo soprattutto in una materia che, nel rapporto con la riservatezza, coinvolge due dei presìdi essenziali per uno Stato di diritto: la giustizia e l’informazione. Le quali si caratterizzano principalmente, entrambe, per la loro indipendenza e, quindi, per la responsabilità nell’esercizio delle rispettive funzioni. Responsabilità tanto più necessaria rispetto al potenziale distorsivo del processo mediatico, in cui logica dell’audience e populismo penale rischiano di rendere la presunzione di colpevolezza il vero criterio di giudizio. Ma a questo esercizio di responsabilità, seppure in forme diverse, non devono sentirsi estranei neppure quanti — valorizzando la straordinaria risorsa, offerta dalla Rete a ciascuno, di rendersi autonomo artefice di informazione — rilanciano su blog o social network atti d’indagine, immagini d’imputati in vincoli, interrogatori di indagati, a volte addirittura in stato di detenzione, senza filtri e spesso persino videoregistrati. La dignità della persona è, infatti, un valore che tutti, in misura proporzionale al nostro ruolo nella società dell’informazione, dobbiamo difendere. Ne va della qualità della nostra democrazia e del senso stesso della cittadinanza.

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