I social siano rapidi a rimuovere le offese per evitare altri drammi

 

Intervista ad Antonello Soro, Presidente del Garante per la protezione dei dati personali
(di Cristina Nadotti, La Repubblica, 5 novembre 2016)

Più rapidità nel rispondere alle richieste di rimozione dei contenuti e più consapevolezza da parte degli utenti. Il garante della privacy, Antonello Soro, analizza i due casi in cui è stato coinvolto Facebook.

Presidente, cosa dobbiamo chiedere ai social network?

“Intanto dobbiamo essere più consapevoli che i nostri diritti vanno difesi nella dimensione online come in quella offline. In conseguenza dobbiamo esigere che l’oscuramento o la rimozione di contenuti lesivi della dignità della persona sia fatto con tempestività. La rapidità è essenziale, perché altrimenti quel contenuto viene rilanciato nell’oceano dei siti del mondo. Oggi si riconosce che questa richiesta può venire dal singolo utente, e solo se il gestore non la soddisfa deve intervenire l’autorità giudiziaria”.

Non c’è, anche in questo caso, il rischio di censure?

“L’esperienza ci dice che chi si rivolge ai provider per rimuovere dei contenuti non lo fa per oscurare una battuta infelice, ma perché sente una lesione importante della sua dignità. Ciò non esclude che nei social network ci siano mille sfumature, nelle quali si mette in tensione il diritto alla libertà di informazione e il diritto alla tutela della dignità della persona offesa. Si tratta di trovare anche in questo caso il punto di equilibrio, ma la cronaca ci insegna che la tempestività è fondamentale, per evitare altri drammi come quello di Tiziana”.

Anche il caso tedesco sembra però indicare che i social reagiscono soltanto con l’intervento dell’autorità giudiziaria.

“Le cose però stanno cambiando, alla fine dello scorso maggio i principali gestori di social network hanno stipulato un accordo con la Commissione Europea per impegnarsi autonomamente a evitare che in rete circoli l’istigazione all’odio. E la decisione di ieri presa a Monaco ci indica, ancora una volta, un passo avanti, con l’autorità che richiama Facebook ai suoi doveri”.

C’è chi invoca anche l’identificazione obbligatoria per usare i social, quali sarebbero i rischi?

“Enormi. L’iscrizione ai social sulla base di un documento di identità darebbe ai gestori di queste piattaforme l’archivio dell’umanità, consegneremmo a società private una conoscenza infinita dei dati personali di tutti quelli che partecipano. Al momento l’anonimato è tale solo presunto, l’autorità giudiziaria può risalire alle identità attraverso procedimenti non complicatissimi”.

Anche nel deep web?

“È un po’ più impegnativo, ma del resto la sfida di allineare le tutele in Rete alle tutele della vita fisica è una delle principali del nostro tempo. In ogni caso non bisogna commettere l’errore che per garantire i diritti dei singoli si crei un meccanismo ulteriore di sorveglianza generale. Di sorveglianza ce n’è fin troppa”.

Qual è allora la migliore tutela?

“Purtroppo quando si rimuovono i contenuti il danno è già fatto, perciò la consapevolezza e la responsabilità individuale sono la migliore difesa. Ragazzi e adulti devono capire che quel che fanno in Rete non è una cosa riservata e viene consegnato a un pubblico molto più ampio di quello che avrebbero se discutessero in piazza o al bar”.

E i social collaborano nel promuovere questa consapevolezza?

“Credo che ci si stia avviando a un rapporto di maggiore collaborazione in virtù della mutata legislazione europea e anche perché i grandi gestori cominciano a capire che è in gioco la fiducia degli utenti, i loro stessi interessi. Infatti cominciano anche a riconoscere la nostra giurisdizione. Rimane il fatto che operatori globali hanno nei confronti dei singoli stati un margine e un potere di conoscenza molto più largo, mentre la loro capacità di reazione non è ancora adeguata”.

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