Minori, gli abusi non sono meno gravi se commessi on line

(Il Messaggero, 28 aprile 2015)

Gli abusi (perfino sessuali) non sono meno gravi se commessi on-line. Si potrebbe così riassumere il senso della sentenza con cui la Cassazione ha confermato una condanna per molestie sessuali praticate via web ai danni di una minore, dimostrando i rischi cui conduce un uso distorto della rete.

I minori ne sono le “vittime” elettive, perché non hanno gli strumenti per capire fino a che punto e con quali rischi esporre la propria vita, anche intima, agli altri, per evitare che i propri dati siano usati «contro di loro». La rete, paradossalmente, è il luogo in cui la fragilità dei minori emerge con maggior forza, in quello iato tra illusione di autonomia e introiezione di regole, esperienza della libertà ed esercizio di responsabilità.

Soprattutto, la rete è lo spazio dove oggi lasciamo, sbagliando, i minori più soli: quei bambini che nelle nostre città, sempre più giganti, accompagniamo passo passo fino a 12 anni, già molto prima hanno “navigato” in totale autonomia (e solitudine).

Fronteggiando, disarmati, quei rischi da cui invece off-line li proteggiamo anche troppo, deresponsabilizzandoli. I minori, insomma, proprio nel loro eco-sistema digitale sono sempre più vulnerabili e disarmati. La solitudine cui consegniamo i nostri figli sul web non è la stessa cui consegnavamo i bambini di fronte alla tv. Lì bastava selezionare i programmi; in rete non c’è filtro che tenga e, soprattutto, c’è un’interazione da cui proteggere i bambini.

Non solo grooming, non solo adescamento in attività pericolose e illecite (dalla droga al terrorismo): la rete è anche il luogo in cui, nell’illusione dell’anonimato, minori violano altri minori. Dalla violenza carnale-agita off-line e poi esibita on-line, amplificandone così la potenza lesiva-all’hate speech; dalla “servitù volontaria” cui si espone la ragazzina che si vende in rete, al cyberbullismo, nell’ampiezza delle sue accezioni.

E proprio questo è, forse, l’aspetto più tragico dell’uso violento della rete, in cui cioè l’autore e la vittima partecipano della stessa fragilità e della stessa inconsapevolezza del “risvolto” reale e concretissimo di ogni nostra azione nel digitale.

Ed è l’espressione forse più paradigmatica dell’ambivalenza del digitale e dei suoi pericolosi fraintendimenti. Il “bullo” si illude, infatti, di potersi celare dietro l’anonimato o comunque sottovaluta la portata di quello che fa, non comprendendo come un click possa portare con sé la distruzione di una vita (e purtroppo è accaduto e accade anche troppo spesso).

Pubblicare un insulto anche gravissimo in rete, o (come nel caso Google-Vivi Down) la ripresa di un’indegna violenza contro un bambino malato è molto più facile, perché non si deve fare i conti con l’idea della “sanzione sociale” (prima ancora che giuridica), con lo stigma cui invece esporrebbe quella condotta se commessa off-line, sotto gli occhi di tutti. Non ci vuole ardore (sia pur dei più biechi), il “passaggio all’azione” è molto più facile.

Purtroppo però le conseguenze sono ancora più devastanti, perché quella violenza resta lì tendenzialmente per sempre, alla portata di chiunque a qualsiasi latitudine; non ha fine, non dà mai tregua alla sua vittima perché è onnipresente. La Cassazione lo ha ribadito chiaramente, affermando che il virtuale è quanto mai reale e che dietro un “profilo” c’è una persona in carne e ossa, con le sue fragilità e il suo diritto a non essere violata.

Nello stesso senso l’Onu ha istituito un Relatore speciale per la privacy, affermando che «on-line, i diritti devono godere della stessa tutela che hanno off-line». È l’obiettivo che il Garante persegue ogni giorno, per far sì che la straordinaria “capacità generativa” della rete sia utilizzata non per violare, ma per promuovere i diritti di tutti. Dei minori in primo luogo.

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