Intercettazioni si cambi, basta fughe di notizie

Soro a pm e giornalisti: l’audio dell’interrogatorio di Scajola sui tg una barbarie

Intervista ad Antonello Soro, Presidente del Garante per la protezione dei dati personali
(Avvenire del 24 giugno 2014, di Arturo Celletti)

“Troppe volte la trascrizione di un’intercettazione finisce col trasformarsi in una ferita inguaribile. Troppo spesso emozioni, sfoghi, confidenze, quasi sempre fuori contesto, finiscono sui giornali”. Antonello Soro, senza cambiare tono di voce, scandisce ilsuo “ba­sta”con parole nette: “È un’intrusione dolorosa nella vita di cittadini spesso estranei alle indagini e ora servono regole”.

Il Garante per la Privacy ragiona a voce alta. “Le intercettazioni sono decisi­ve nella lotta al crimine. Ma proprio perché so­no uno strumento non sostituibile, proprio per­ché non possiamo farne a meno, abbiamo il dovere di spazzarevia ogni ombra”. È un mes­saggio a magistrati e a giornalisti. È un’in­dicazione netta che inevitabilmente si lega al Consiglio dei ministri del 30 giugno e a quell’annunciata riforma della giustizia che potrebbe disegnare una svolta anche sul tema intercettazioni.

Le procure usano troppo le intercettazio­ni?

Tutti noi sappiamo quanto le intercettazioni siano decisive nella lotta al crimine. Ma fissato questo punto voglio ricordare uno degli ul­timi pronunciamenti della Corte di giustizia euro­pea: misure investigative così invasive devono es­sere sempre selettive. Già selettive, perché uno strumento prezioso di lotta al crimine non può trasformarsi in uno strumento di sorveglianza massiva.

Qualcuno pensa di limitare la “libertà” dei ma­gistrati?

La strada è un’altra: fare uno sforzo in più per met­tere le intercettazioni in sicurezza. Per protegger­le. Tutte. Senza nessuna esclusione. E proteggerle vuol dire accessi selettivi e tracciabili, protezione anche fisica delle sale d’ascolto… Insomma una svolta: le intercettazioni devono essere al sicuro, non ci devono essere più fughe di notizie.

A luglio dello scorso anno avevate dato alle pro­cure 18 mesi per centrare questo obiettivo.

C’è stata più di un’incomprensione, ma oggi c’è un tavolo di lavoro e un confronto governo-magistra­ti-Garante che può dare buoni risultati. Che può ga­rantire insieme la riservatezza delle persone ma anche delle indagini.

Però oggi le intercettazioni accompagnano ogni provvedimento cautelare e sono dunque a di­ sposizione delle parti…

Il ministro Orlando ha la testa sul problema. Sta la­vorando, sta ipotizzando una risposta che contri­ buisca ad alzare il livello di riservatezza. E una strada potrebbe essere quella di riportare nei prowe­dimenti cautelari solo un riassunto delle intercet­tazioni, anziché l’integrale.

Sarebbe un passo avanti importante?

Sì, sarebbe un passo avanti. In ogni caso penso che si porrà sempre, con qualunque disciplina rispet­ tosa della Costituzione, la necessità, da parte di tut­ti gli attori (magistrati, awocati, giornalisti) di un bilanciamento tra diritti fondamentali: privacy, si­ curezza, libertà di informazione. Esiste allora un gran bisogno di responsabilità da parte di tutti.

Per i giornalisti che può voler dire responsabilità?

Aggiornare un codice deontologico vecchio di 16 anni. Possono farlo muovendosi autonoma­mente ma fino ad ora non l’hanno fatto e hanno fatto male. Questa indisponibilità può aprire le porte a un intervento del legislatore: se non si esercita l’autodisciplina prima o poi arriva una norma più rigida.

La accuseranno ancora di voler mettere il bava­glio alla stampa.

L’idea del bavaglio è estranea alla mia cultura. Chi informa i cittadini svolge un compito insostitui­bile, esercita doverosamente i diritti fissati dall’articolo 21 della Costituzione. Ma il giornalismo da trascrizione non mi piace. Può fare male, può sfregiare la vita di tante persone. E allora insisto chiedendo un di più di riflessione e di responsa­bilità: ci sono persone che finiscono intercettate in vicende che non c’entrano nulla con la loro vi­ta e che parlano di cose irrilevanti ai fini dell’in­chiesta. Non va bene. Insisto, non va bene. E poi anche un indagato ha diritto al rispetto della pro­pria dignità.

Crede che qualche volta venga calpestata?

Lei no? Ho ascoltato su tutti i telegiornali l’interrogatorio di Claudio Scajola e ho solo un aggettivo per descrivere quel minuto di televisione: una barbarie. Mettere in onda di un detenuto in quel momento di assoluta fragilità ha fatto sprofondare il livello di giornalismo. A che serviva dare alla stampa l’audio di quell’interrogatorio? Cosa aggiungeva alla qualità e all’essenzialità dell’informazione? Non bastava la sintesi di quello che Scajola aveva detto? La verità è che sono cresciute forme distorsive di giornalismo, che assecondano e incoraggiano le curiosità morbose dei lettori, senza riflettere su quanto si possa danneggiare, in modo irreparabile, la dignità di una persona e pregiudicare per sempre la sua vita di relazione.

Crede di essere mai stato intercettato?

Non lo so, ma le confesso che ogni tanto ci penso e mi inquieta l’idea che la mia vita privata possa subire un’intrusione. Inquieta me e inquieta gli italiani. Non ho mai trovato uno che non abbia pensato al rischio di una intercettazione come a una cosa sgradevole. Ma purtroppo si è meno sensibili quando il problema riguarda gli altri.

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