Ora apriamo le porte alla società per la nostra stagione costituente

Il Riformista, 05 aprile 2007

 

Da più parti vengono posti interrogativi precisi sul profilo del Partito democratico che vogliamo costruire. Sul tema si sono cimentati in questi giorni molti dirigenti politici e intellettuali. L’elemento comune di questi autorevoli interventi è un sottile scetticismo illuminato che assume come ineluttabile una deriva burocratico verticista per il nuovo partito o, peggio, una “zattera di salvataggio per ex comunisti ed ex democristiani”.
È singolare che in questa fase prevalgano solo giudizi informati a pessimismo e delusione. E’ possibile che queste opinioni nascano sempre da esperienze disinteressate, ma non sono sicuro che aiutino davvero la causa.

Naturalmente, è fin troppo evidente che molto di questo pessimismo prende spunto dai recenti congressi territoriali dei due partiti dell’Ulivo, densi di tensioni e di polemiche, condizionati da questioni non sempre ascrivibili alla buona politica.
Si potrebbe agevolmente obiettare che vogliamo fare un partito nuovo perché quelli attuali non ci piacciono più, non sono più sufficienti per rispondere alle nuove domande della politica, non sono più attrezzati rispetto alle sfide più importanti del nostro tempo. Eppure, il bicchiere ha un mezzo pieno. Negli ultimi dieci mesi abbiamo attivato un processo che trasforma, ogni giorno più velocemente, un progetto in una realtà. Il seminario di Orvieto ha visto la partecipazione di una platea assai più vasta di qualsiasi precedente iniziativa ulivista sia per pluralità di provenienza sia per il profilo di apertura verso il futuro. Il manifesto per il Partito democratico è stato scritto da un gruppo di intellettuali largamente rappresentativo della migliore cultura riformista italiana. I congressi Dl e Ds hanno proiettato una immagine a volte sgradevole per il carico di polemiche e di scontri personali, spesso distante dal comune sentimento della base elettorale, talvolta centrato su una esasperata esaltazione di bandiere identitarie non più attuali. E tuttavia, attraverso i congressi è passata una linea di convergenza verso il nuovo partito che ha coinvolto centinaia di migliaia di militanti, di cittadini. Non era scontato, non è stato facilissimo. Vorrei solo per un attimo evocare un esito dei congressi contrario al Partito democratico. Cosa diremmo in queste ore? E invece le ragioni di incertezza, di preoccupazione e talvolta di esplicita avversione hanno ceduto rispetto alla indicazione di un approdo che non è la continuazione inerziale delle presenti appartenenze ma un luogo nuovo e del tutto inedito della politica in cui tutti ci rimettiamo in discussione. In cui nessuna posizione è garantita.

Ora, si apre la stagione costituente vera e propria. Dobbiamo assolutamente aprire porte e finestre perché il progetto del partito nuovo si rivolge all’intera società italiana e quindi dobbiamo promuovere una grande stagione di confronto vasto e libero. E poi io immagino una giornata elettorale (sarebbe opportunamente evocativa quella del 14 ottobre) nella quale chiamare al voto per la scelta dei delegati all’Assemblea costituente del Pd tutti gli italiani che intendano partecipare a questo progetto, una giornata in cui tutti siano elettori ed eleggibili senza alcun filtro che non sia quello del consenso democratico. E’ possibile? E’ possibile far crescere l’interesse degli italiani per un progetto che ha grandi ambizioni in un tempo di forte esaltazione dell’antipolitica? E’ possibile far passare nelle maglie di un diffuso scetticismo l’idea di un grande Partito democratico, popolare, capace di raccogliere sotto un unico progetto le migliori tradizioni del riformismo italiano? E’ possibile lavorare per una nuova organizzazione della politica che superi le angustie della forma partito novecentesca per sperimentare un modello originale centrato sulla organizzazione della vita e del lavoro, sugli interessi, sulla cultura, sulle espressioni della socialità del nostro tempo?

Penso che valga la pena di tentare, di entrare senza riserve nel campo aperto di questa sfida perché essa rappresenta la scommessa più importante della nostra generazione politica alla quale abbiamo affidato molte speranze e più di un sogno. Sarà più facile esorcizzare il pericolo della “fusione a freddo” solo se sapremo, tutti quelli che dichiarano di volere il Partito democratico, lasciare davvero il rifugio sicuro delle vecchie appartenenze per vivere con generosità e passione questa fase.
Più d’uno ha denunciato una mancanza di pathos intorno al Pd. Non sono certo che sia veramente così, ma sono sicuro che la passione si genera con l’esempio, con la testimonianza delle cose che ognuno di noi riesce a fare, piuttosto che con l’esibizione di sfiducia e pessimismo o, peggio, con le distaccate prese di distanza.

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